sabato 29 dicembre 2012

Quattro funerali e un matrimonio



Certe parole certe frasi sono fatte per non essere dette.
Come "sto per cadere": sei già caduto, al massimo stai cadendo. Ma non sai quando stai per cadere, a meno che non ti sia buttato volontariamente. Ma allora sarebbe un suicidio sintattico, e per la chiesa il suicidio è peccato mortale. Ed è un peccato anche non parlare bene l'italiano.

Soltanto Gesù poteva dire "sto per essere crocifisso". Ma non vale: lui già sapeva, aveva scritto egli stesso la storia di cui sarebbe stato protagonista, era autore del suo monologo insomma. Anzi, ha fatto di tutto perché ciò andasse come aveva previsto, perché sapeva pure della cattiveria dell'uomo, e a questa si è appoggiato, per morire e risorgere.
E se Gesù adesso è quello che è, deve dire grazie agli uomini: ché se fossero stati buoni e l'avessero lasciato in pace a proclamarsi figlio del Padre, non ci sarebbero state né croci né risurrezioni. E saremmo tutti ebrei.

Nessun uomo pieno di senno direbbe mai "mi sto innamorando". Se lo dici è perché lo sei già, oppure perché non lo sei e ti proteggi, aspettando la celebrazione. Come ci si confessa per fare la comunione: non ti assolve né Dio e nemmeno il prete, ti assolvi tu. Con la tua presuntuosamente infinita coscienza.
"Ti stai innamorando" quando hai smesso di camminare. E vedi la strada fatta, realizzi che ce n'è ancora tanta e rallenti, pensando che in fondo sei ancora in tempo per tornare indietro. Oppure perché vuoi goderti gli ultimi chilometri.
Ma allora ti sei già innamorato. O forse ti sei soltanto perso.

E così è stato quando ho pensato "sto per lasciare la mia città". Quella punta di rassegnazione che mi aveva permesso di dirlo valeva già come la più esemplare delle prese di posizione: io qui non ci sono più. Mi sono immaginato la stessa immondizia, le stesse serrande e gli stessi sbadigli da Mantova a Salamanca o a Bari.
Credevo di farmi, e di farle, un favore con quell'avviso pubblico che tutti, dall'arbre-magique ai libretti sparsi nel cruscotto, avevano ben inteso: vi ho immaginati con me distanti da questo caos.
Ho pensato per un istante di riportare quegli stessi umori in un altro posto, come si porta dietro una cartolina o un conato di vomito in attesa di sbocco più curato.
Ed ero via; se non già io, quantomeno la paura di aver rinunciato alle radici della mia problematica ricchezza: la mia città morta.

Quindi ho finito per sedermi. Gli invitati c'erano ormai tutti, piangenti e sbarbati, soprattutto le donne. Tutte tranne la mia: era accanto me fino a un minuto prima, poi il tempo di un tramonto e nel buio ne avevo perse le tracce.
Così ho guardato avanti, come si consiglia: e lei era lì, bianca sull'altare di un altro sposo.



martedì 4 dicembre 2012

Il dolce fascino di vivere fuori sincrono

Sono alla ricerca di una colonna sonora.
E di parole. Perché se mi ascolto mentre penso, rischio seriamente di stonare.
Oggi sull'autobus aspettavo con ansia che scendessero tutti a quella solita fermata del cazzo. Non per tornare  a respirare: alla puzza ci ho fatto il callo, ho smesso di lavarmi anch'io. Piuttosto per riprendere a canticchiare quel passeggio di note e parole che è stucchevole ritmo della mia apparente serenità.
Dolce è la città che corre e ti ignora, più di quanto non parrebbe dal menefreghismo di facciata. Così è un bel periodo che odio i luoghi affollati, quelli dove ti ritrovi per forza a guardare in faccia qualcuno. E finisci allora per specchiare la tua condizione nella tristezza di quella signora che l'ultima volta che ha scopato col marito c'era ancora Corrado col maestro Pregadio, oppure ti giudichi migliore di quegli stupidi ventenni tutta vita e playstation, o forse scambi il grigio armamentario di un giovane neo-lavoratore per la proiezione speranzosa di ciò che non vorresti essere mai, ma che in realtà brami ardentemente.
La routine piena, codificata. Non quegli scampoli faziosi di appuntamenti e ritrovi, proprio quella spasmodica attesa di un nulla oceanico che alza i gomiti nei pub, per trovarci sotto trova un'ascella pezzata e un desiderio per cui non è mai troppo tardi. Perché quand'è davvero tardi, il desiderio se n'è già bello che andato.
Tutto quello che vogliamo, noi  e questi viaggianti di strada, è benedire ogni passo che facciamo come se potesse essere quello buono per la gloria, per la felicità. Perciò pestare una merda sarà sempre meglio che restare fermi al palo, o alla fermata del bus.
Tutto quello che vogliamo è continuare a vederci impegnati nella vita, giocare con il nostro fine, vederlo allontanare, rincorrerlo, maledirlo e sognare d'abbracciarlo.
Tutto quello che voglio adesso è una colonna sonora.
Le parole sono arrivate. Non so se erano quelle che aspettavo. Cerco di non ascoltarmi mentre penso.
O forse di non pensare mentre mi ascolto.



sabato 17 novembre 2012

Se lasci qualcosa al caso, prima chiedigli cosa ne pensa

Si chiamava Teresa. Aveva le gambe lunghe come due candele bianche che colavano cera lenta, calda, sprecata.
Io non avevo fatto nulla, mi aveva destato dal sonno lei, sputandomi dell'acqua sulla faccia. Letteralmente, con tanto di rumore preparatorio. Per non lasciare nulla al caso, per essere sicura che capissi chi fosse. Poco prima l'avevo buttata in mare di peso, insieme ad Antonio. Lui per gli avambracci, io per le caviglie.
Ma io quelle caviglie non le avrei lanciate mai, sarei rimasto a dondolarle fino a svenire fiacco su di lei. E lo capii meglio quando mi accorsi di avergliele strette troppo, erano rosse furenti sin dal precipizio che legava il tallone al polpaccio liscio e rotondo. Fu sempre lì che realizzai che il polpaccio ha, nella gamba, lo stesso fascino che ha il culo nel totale del corpo.

Mi svegliai, mi sorrise, mi asciugai il volto, mi guardò che sembrava volesse trapassarmi, mi inebetii, mi ignorò.
Se penso a ciò che avrei potuto fare in quei 45 secondi, sinceramente mi viene in mente solo il suo costume bianco. Dal quale non ero io a vedere tutto, ma era il tutto a fissarmi insistentemente. Uscii a prendere una boccata d'aria, e mi accorsi di essere già fuori. Così uscii da me stesso.
Riuscivo a rivedermi mentre aspettavo che uno smottamento del terreno la facesse ritornare quasi sopra di me. Ma senza fare nulla, anzi compiacendomi della mia consapevole nullità, come un fascista qualsiasi. Passò quasi un ventennio di considerazioni inutili e sbagliate, poi Teresa si rivoltò e mi disse una parola tipo "codice alfanumerico". O almeno questo io riuscii a capire, visto che contemporaneamente mi aveva messo una mano sulla coscia.

Mi buttai con l'occhio su quella mano manco si trattasse di un peloso ragno velenoso, (all'aggettivo peloso, lei) mi gettò stupore come fumo negli occhi, mi stupii del suo stupore, mi accarezzò per chiarire che si stupiva del mio stupore per il suo stupore.
Aveva ragione lei. Tra i due stupori, il terzo vince. Intanto per carezzarmi il viso aveva lasciato la gamba: i presenti confermarono che si trattasse dell'ennesima sconfitta. Per me. Si, era la mia mattina in tutto.
Non volli dare al destino l'idea di non aver gradito il pensiero, quindi mi alzai in piedi e dall'alto di una di torre di errori allungai una mano a Teresa: vuoi fare un bagno con me?
Non vi sto a raccontare della pelle d'oca, di ciò che non mi passò per la testa. Certe sensazioni vi si stabilirono proprio, costruirono villette abusive sulla riva della realtà e giurarono di rimanerci fino ad alluvione da stabilire. I muscoli all'interno si sfaldavano come gomme sull'asfalto bollente. Il sangue aveva salutato con un "ciao" veloce il cervello, per andare a dividersi equamente tra intestino tenue e pene.

E anche se la ragione non era presente mentre la vita godeva della vita, come dice Goethe, il passato continuava, l'avvenire viveva in anticipo: l'istante era un'eternità.
Tutto attorno rimbalzava l'eco di me stesso. Che emozione, cazzo!
Poi lei rispose "no".
Finì così. Era la mia giornata d'altronde, mica quella di Teresa.



giovedì 11 ottobre 2012

La coscienza sul posto


La coscienza entra in camera, mi sorride.
Annuncia che tra un po' andrà via, ma intanto che c'è si ferma a dirmi un paio di cosette che ritiene indispensabili.
Perché lei, la coscienza, ha molta stima di sé. Ed è convinta di essere un punto fermo, nella vita sua e degli altri. Che poi voi l'avete mai visto un punto mobile? Io no.
Così, pur senza darle mai la mia scadente attenzione, la ascolto. E lei lo sa.
Mi tiene sulle corde all'inizio, dice che forse non è il momento adatto per fare certi discorsi, che probabilmente non sono maturo, che in fin dei conti è meglio rimandare.
"Ma ormai sei entrata!", mi incazzo io, traboccando impazienza di nervi e pensieri.
Odio questo suo modo di fare, perenne come una liturgia, insindacabile come un iter burocratico. E poi quell'abuso di avverbi e di modi di dire pratici e sconnessi mi logora, fino quasi all'insolenza: che cazzo vuol dire "in fin dei conti"? Quali conti? Chi li ha stabiliti? Chi li ha fatti? Chi giudica se sono giusti o meno? Ma soprattutto, come cazzo ti permetti a fare dei conti su di me, sulla mia vita, sulle mie ore notturne che spesso si perdono nella confusione dei tuoi discorsi?
Come stasera. Ho già perso il filo della discussione prima ancora di sapere se ne fosse mai esistito uno. E lei, la coscienza, prende a canticchiare quella canzone sul sole che si è spento, "e chi l'ha spento sei tu".
Avete presente quando pensate di essere chiamati in causa anche se nessuno ha mai fatto il vostro nome? Ecco, a quel punto ho iniziato a balbettare rabbia, come tirato in ballo da un testimone falso in un processo dove sono parte lesa.
"Non posso credere a quello che stai dicendo!", le sparo, e mi gonfio gli occhi del sangue più acido che abbia mai pompato nelle vene: "Tu non sai nulla di me, non mi appartieni! Sei soltanto l'escamotage inventato in qualche tempo invecchiato per farci credere d'essere meno soli."
"E anche se fosse così?!", mi contesta lei.
"Se fosse così, e tu non potevi non saperne nulla, allora stavolta con me hai davvero chiuso! Niente più attese, niente più silenziosi pranzi passati a riflettere, niente più nottate a scontrarci per rivendicare di pensarla uguale, in fin dei conti... Niente più consigli, scordati i miei dubbi!"
"E tu credi che basti non dividere più il tempo assieme per cambiare idea?"
"Ma idea su che?"
"Su di te, e quindi su di me. Siamo diversi, è vero, ma è per questo che nell'apparente esilio della tua stanza segui i miei movimenti, passi dopo passo: perché mi carico di tutti i pensieri pesanti che non vuoi."
"E allora, ne sarei invidioso?"
"Forse no, ma muori dalla curiosità di sapere come te la saresti cavata con le mie idee", mi fredda lei.
"Non ci credo", le rispondo secco.
"Allora lasciami andare! Lo sappiamo entrambi che puoi fare a meno di me, perché continui a cercarmi con lo sguardo?"
"Perché è con lo sguardo che si cerca chi sta andando via. E tu non sei più qui da una vita."
"L'hai capito quindi?! Bene, volevo che lo sapessi..": la coscienza iniziò a sparire progressivamente alla vista.
In fin dei conti avevo ragione. Non era lei il punto fermo: ero io che stavo correndo sul posto.



sabato 15 settembre 2012

La dieta di immagini


Me ne stavo quasi dimenticando, ma per fortuna la realtà riesce sempre a toccarti nei punti giusti, infilando le sue mani dove nemmeno immagineresti, riscoprendo zone in cui la coscienza si fa incesto. Senza violenza. Il senso d'eccitazione è vero, acuto e pungente, come un piede nell'acqua fredda al risveglio.
Tra le dita scivola un anello che ieri non avevo, e che domani avrò perso di nuovo. In mezzo ci sta tutto l'equilibrio che serve per tenerlo tra il polpastrello e l'unghia anche solo per un minuto. Figurarsi un'ora, un giorno o una vita.
Dentro il tubo dell'aria che collega il mio stomaco al mondo, l'ossigeno fatica a salire, bloccato dalle parole che riscendono in senso contrario, riflusso gastrico di discorsi mai troppo digeriti. In fondo c'è un motivo se non si parla quando si mangia. E se si respira quando si ascolta.
Un soffio dopo l'altro, l'anima si sgonfia e comincia a prendere quota verso l'alto, per iniziare a danzare sulle note di un sogno di musica, agitandosi tra le foschie come fossero colonne di un locale a cielo aperto. Buio e interminabile. Abbiamo qualcosa in comune con gli astronauti: entrambi galleggiamo a causa della pressione.
Mi risveglio a terra con le gambe stanche, come se avessi fatto spinning tra le nuvole con una cesta di sogni sulle spalle. Sono steso e schiudo le palpebre, alzo appena il collo per vedere se è cambiata la disposizione delle cose dall'ultima volta che le ho viste. In effetti si: il sole è caduto; e ciò che è venuto dopo ha bagnato tutto di freddo e grigio.
Ma succede sempre, ogni volta che chiudo gli occhi per decidere cosa guardare.



mercoledì 22 agosto 2012

Gocce di poesia - Atto IX


AGOSTO

Facce divise a chilometri e coste,
e facili rime in licenza di notte,
dove due stelle stracolme di forse

puntano occhi già pieni di borse.
Come le mani, ancorate a bagagli,
fatti di pelle e cuciti di sbagli,
con dentro il peso di sedici sassi:
tutti i peccati già fatti e mai mossi.

Onde ammirate da scogli dormienti,
lucide idee sotto stupefacenti,
solchi di rive segnate marciando,
sguardi incrociati da perdere il conto.
Perso è il granello di sabbia volato,
l'eco d'un tuffo che t'ha preso il fiato;
mentre la pelle conserva quel sole
che il soffio di sera trasforma in colore.

Ritmi stremati dall'afa e dall'ozio,
disabitudine al bello ed al vizio,
rese dei conti, addii senza sconti,
aria silente e parcheggi già pronti.
Ore più lunghe di quanto si stima,
venti contrari che cambiano trama,
ciò che pretende l'Agosto è sorpresa,
ciò che concede è una nobile resa.


martedì 7 agosto 2012

La pretesa umanità


La signora con la maglia gialla ha trovato da ridire sul mio modo di camminare, pare che io finga di esser zoppo, rifugiato politico, prigioniero di guerra. Quante ne ha dette, dio santo. Non riusciva a immaginare che potessi aver preso solo una storta alla caviglia, o che avessi un dolore al tallone, o che queste scarpe che calzo senza sosta ormai da un anno possano aver dato ai miei piedi quella sensazione di totale abbandono che prova il condannato all'ergastolo.
Come se io le avessi detto che teneva il braccio sinistro fuori al finestrino per scimmiottare la postura tipica dei cafoni arricchiti provvisti di rolex con cui tentare la microcriminalità malorganizzata, e non invece per il caldo, o perché semplicemente si guida più comodi così.

Questo signore in camicia celeste con le maniche lunghe arrotolate sotto il gomito mi fa sempre tenerezza. Anche oggi, quando l'ho visto fermo a scrutare un punto imprecisato del vuoto opaco che aveva davanti al suo vetro, mentre con la mano continuava a mimare un gesto privo di qualsiasi senso inventato dallo stress quotidiano, che però ho ormai imparato a decodificare come un rifiuto generico misto ad un meno generico "vai via", lo guardavo e pensavo che evidentemente non è me che vorrebbe mandar via, anche perché io non faccio parte della sua vita, e mai sono stato in mezzo ai suoi sogni o ai suoi bisogni.
Così quel gesticolare naturale e scontato sembra quasi una supplica del suo sistema nervoso a farsi portare fuori a prendere fresco, come un cane che prende il guinzaglio e si ferma davanti alla porta di casa aspettando l'arrivo del padrone che lo porterà a passeggiare. Si spera, come spesso si spera di cambiare aria. O almeno di travestirla.

Arriveranno presto a dirmi che provano pena per me, ma non possono fare nulla. Ecco invece questa ragazza bionda, avrà al massimo 21-22 anni, magari molti di più ma portati immaturi, come molti giovani di adesso sanno mostrare. Si avvicina, io praticamente sono fermo, sto pensando a un ricordo fugace che mi ha appena attraversato il cervello, e quando lo sguardo mi riporta pesantemente sull'asfalto fumoso di afa e realtà, lei, la ragazzetta bionda, torna un po' indietro e inizia a muovere la mano destra a palmo aperto verso di me, come se volesse salutarmi, ma senza il saluto.
A me piace guardare da vicino chi vuole mandarmi un messaggio, anche breve, anche minaccioso o negativo, così faccio per andare da lei, che repentinamente però si riporta avanti scandendo a voce sostenuta "No guarda, non è giornata!".
Se si potesse morire di stupore, in quel momento avrei dovuto avere un attacco letale. Ma sarà stato il caldo, sarà stata la secchezza alle pendici della lingua, sarà stato il ricordo che stavo pensando qualche istante prima, con mia mamma intenta a mescolarmi tre uova nel bicchiere la domenica mattina (perché le avevamo un solo giorno a settimana), tant'è che riuscii ad estraniarmi al punto da farmi scivolare di dosso, insieme al sudore, tutta l'incomprensione di quello sguardo e di quelle parole.

Sguardi e parole che rivivo poi di notte, perché io la notte sto sveglio e immagino la vita di queste persone. Ma non sono bravo, a dire il vero; perché per estrapolare la vita da un istante ci vuole tanta immaginazione, ed io purtroppo non ce l'ho; anzi non ce l'ho più, l'ho usata tutta per pensare come sarebbe stato arrivare qui, in Italia.
Fermo ad un semaforo, a sentirmi dire che fingo. A suscitare inutile pietà. A farmi rifiutare uno sguardo da chi giudica la mia vita da un istante. Brutalmente, senza un briciolo d'immaginazione, e senza nemmeno il coraggio di ignorarmi. Per lasciare che continui a ricordare mia madre.


venerdì 22 giugno 2012

La favola delle cose che non c'entrano


Il 30 giugno del 1996 Nicola e Antonietta si tenevano per mano belli e sorridenti come una bomboniera che non è in vendita, perché non si può vendere la verità e neanche la storia.
Lei aveva forse un abito viola, anzi no sono quasi sicuro fosse blu. Lui indossava un vestito grigio classico. Io avevo una camicia piena di colori che non c'entravano un cazzo l'uno con l'altro, però che bella faccia che avevo. Ridevo, ridevo sempre. Nicola e Antonietta erano fieri di me, che gli portavo la testimonianza del loro amore in maniera sudata, precisa e puntuale.
C'era caldo, il sole gonfiava la cute, i piedi delle vecchie zie, nelle scarpe alte e strette per l'occasione, urlavano pietà. Ma nessuno le cagava; sia le vecchie, che le loro scarpe. A un certo punto un piccione si è fermato davanti alla chiesa, mentre noi sulle scale si faceva tutti la foto di gruppo. Tutta la famiglia, tutti i fratelli e le sorelle, con figli e generi e nuore al seguito, ed eventuali nipoti d'ordinanza in procinto di fracassare il fracassabile.
Il piccione era lì e mi guardava, ed io lo vedevo che mi fissava, perché non guardava casualmente la famiglia, né mia cugina Roberta, né uno dei dodicimila Nicola presenti in quel momento, che se per caso fosse arrivata la polizia a cercare un Nicola C. senza conoscerlo in viso, sarebbe fuggita via in preda al panico tipico di me quando andavo a comprare le sigarette da bambino e non ricordavo mai il nome, e dovevo imparare sempre a memoria le iniziali della marca, e ricollegarle a un calciatore, o ad un parente, o a una parolaccia.
Intanto il piccione continuava a scrutarmi ed io non reggevo più quella situazione di sfida, quella messa in soggezione, quel becco puntato contro! Così uso una mano per scacciarlo, per mandarlo via. Ed ecco il patatrac: il fotografo scatta, io pure. Mi muovo, il prete (Don Tonino) allunga la mano verso di me per dirmi di star fermo, mio Zio Franco vede il prete che si agita e si gira anche lui, Zia Anna vuole tenere Zio Franco in posa e lo strattona ma con uno sguardo che è tutto tranne che una risata da foto di famiglia, Zio Mario ride, la moglie di Zio Mario ride anche lei ma gli dà una gomitata, Francesca è piccola sente trambusto si sveglia e piange, Zio Aldo cambia la posizione delle braccia per dondolarla e calmarla, Zia Anna2 solleva la mano sinistra per carezzare la piccola, Andrea fa i capricci perché è un bambino nato rompicoglioni, i miei genitori pensano alle minacce che mi dovranno presentare, Zia Carmelina non la smuove manco il terremoto, Zia Gina piange ancora per la commozione della messa.
E il piccione vola via, lanciandomi un'ultima occhiata. E ridendo.
Ci sono cascato anche stavolta, ho visto una foto e l'ho riscattata nella mia testa, come un photoshop per soli deviati. Ma ciò che conta è che Nicola e Antonietta erano sempre lì intatti, e si tenevano davvero per mano. Da cinquant'anni. Quel giorno la Germania vinse l'Europeo in finale contro la Repubblica Ceca, ascoltai la partita in macchina.
Ed è stato solo un giorno del 1996.


domenica 20 maggio 2012

Gocce di poesia - Atto VIII


LA COSCIENZA DI MENO

Al fisico non chiedere quanta vita c'è in un atomo, e a me non domandare quanta morte c'è in un pianto.
All'infermiere non alzare il gomito, e a me non versare un calice amaro.
Al commercialista non permettere di avere conti in sospeso, e a me non lesinare il tempo di tirare le somme.
Al giudice non regalare sospetti, e a me non conservare dubbi.
All'autista non parlare nel frattempo, e a me non chiudere porte se non le chiude il vento.
Al comico non far sciogliere una pausa, e a me non costruire una parola che sia già una scusa.
All'ottico non spostare un obiettivo, e a me non fissare un sogno a un tuo congiuntivo.
Al giardiniere non stringere la mano, e a me non aprire gli occhi.
Al direttore di banca non prestare attenzione, e a me non richiedere indietro un'emozione.
Al dentista non invocare grazia sull'anestesia, e a me non implorare lucidità in una poesia.


lunedì 7 maggio 2012

Sul fianco degli imputati



Giorgio mi guarda. Io intanto continuo a scrivere, batto le dita sulla tastiera come un dovere eterno, come è per l'uomo respirare, fingere e cacare.
Mi guarda e lascia passare malinconia come un fazzoletto infinito tirato dalla manica di un prestigiatore. E' un gioco perfetto, perché è serio. I giochi seri sono i migliori, si ripetono all'infinito, sempre con la stessa austera soddisfazione di finitezza.
Traccia un segno sulla polvere e si diverte a fare scritte che rileggerò tra un anno con la voglia di ricordarmi quanto fossero vere, o false, vicine o lontane. Un altro bel gioco: indovina il passato. Che strazio di esseri umani che siamo quando abusiamo delle nostre facoltà di intendere e di volere! Nati con la condanna al desiderio.
Ho saputo che i vizi possono durare anche una sola notte, meno di 5 o 6 ore, il tempo che cambi la luce e con essa la nostra forza. Giorgio mi ha tradito, ma è tornato subito a bruciare di umile amicizia. Con la stessa energia che di solito mette nell'aprire quei barattoli chiusi dalla mano di un'inquisizione mai morta.
Siamo figli del sonno come della consuetudine, la marea sbatte su di noi e noi, ottusi, cambiamo solo posizione. Poi guardiamo il cielo stellato come un portachiavi con cui aprire le serrature della follia di domani, scegliamo il lato su cui cadere che di solito è sempre il sinistro, e aspettiamo l'alba. Al freddo, al muto, al vero.
Oh se esistesse un sogno di meraviglia potrebbe essere solo quello di crescere fino a toccare il buio, stringerlo tra le mani e accartocciarlo, per riprendersi il giorno come una fotocopia mal riuscita.
Ma io non sono un braccio, né un gigante, non sono un sogno, né una bionda chiara: sono la ditta delle pulizie della mia testa. Sono lo spalaneve senza sale. Sono solo quello che Giorgio sta guardando mentre aspetta che io lo rimetta al suo posto.
Qui, alla destra dei miei appunti.



domenica 29 aprile 2012

Scambio generazionale primaverile



Il sole è alto. Il vociferare lento e rilassato, ma continuo, come un accompagnamento. Il fisico di decine di aspiranti corpi da spiaggia si sforza di reggere i ritmi assurdi di un pomeriggio caldo che sembra agosto. Soffro per loro. Sul serio. Sto aggiustando la mira delle mie parole sul foglio, quando si avvicina un bambino. Piccolo, proporzionato, un uomo mancato: "Sai dov'è la mia mamma?"

"Non lo so..ma non è con te?"
Il cosetto mi guarda strano, in attesa di una risposta, come se avesse fatto finta di non ascoltare quelle mie prime inutili parole. Io, in preda ad uno dei miei attacchi di lucida stupidaggine, gli do subito conferma di quanto la differenza tra grandi e piccoli sia una mera questione di dimensioni e noia. Tanta noia.
Lui mi guarda, s'impietosisce e ripete la domanda. dandomi una seconda, umana possibilità: "Dov'è mamma?". Non posso sbagliare, non posso deluderlo di nuovo: "La mamma è qui vicino. Stai qua che arriva subito!.."

Chissà cosa cazzo mi è preso, gli ho offerto la mia compagnia quasi fosse la cosa più normale del mondo. E se non volesse? Non sta mica cercando un altro padre, o un fratello o peggio ancora un amico. Allora provo a riprendermi subito, più che altro a lanciare lontano il mio senso di colpa: "C'è il tuo papà? Andiamo, ti riaccompagno da lui."
Il piccolo però si scioglie, all'improvviso, senza darmi il tempo di mascherare una maturità data sempre troppo per scontata: "Mi porti da mamma, per favore.."
Non potete capire come l'ha chiesto, né potrò mai spiegare o restituirvi la sua timida angoscia, così sincera, così calma. Intanto tutt'attorno gli altri passeggiano e corrono, alzano polvere, fanno scena. Il biondino con la mano destra si strofina gli occhi, la terra che si solleva da' fastidio anche a lui: le differenze tra noi si assottigliano sempre più.

"Mi spiace, non lo so dov'è..", gli dico con un cinismo che sa di resa. Ma allora è lui che chiede a me: "Tua mamma dov'è?"
"A casa."
"E perché non è con te?"
"Perché io vivo in un'altra casa."
"E chi ti fa vestire?"
Vorrei dirgli che so vestirmi da solo, poi mi guardo: non ho più voglia di inventarmi la realtà. Ma è lui ad interrompermi: "Eccola! Mi porti da mamma!". Guardo a destra, una signora vaga con uno zaino, e chiama "LUCA!?...LUCA!?...LUCA!?..."
Prendo per mano il bambino, o lui prende per mano me. Attraversiamo lo spazio verde, superiamo una fila di sassi con la stessa lentezza, prima la gamba sinistra, poi la destra. Uguali. Sembra un pezzo della mia matrioska. Un cane enorme avvicina a noi il suo brutto muso, tirandosi dietro una padroncina esile e con un bel culo. Sorridiamo, forse per motivi diversi, ma non importa.

Raggiungiamo la donna in cerca di Luca: "Ecco mamma!", dice il nanetto. Prende in mano un ramo di legno lungo mezzo metro, e si infila il suo zaino, tranquillo. La mamma lascia andare un sospiro che quasi la svuota. Mi guarda: "Non so davvero come ringraziarti!"
Nella mano destra ho ancora la penna e il mio quaderno, li metto nelle mani di Luca, sono il mio regalo per quando vorrà scrivere. Lui prende la bic, cerca uno spazio vuoto sul primo foglio, e scrive "Ciao".
Così mette fine alla mia storia, e ne inizia una nuova. La sua.


martedì 24 aprile 2012

Anatomia di un'indocile attesa


Sempre meno, siamo sempre meno.
Oggi ho tratto il dado della mia condanna: continuerò. Mi piace il verbo e mi piace la sua coniugazione, quel futuro semplice che parte pianura ("con"), diventa discesa ("tinu"), e poi da giù giù tocca il fondo e riparte verso l'alto puntando un appiglio sul muro ("erò"), dove magari potrò appenderci le mie maledizioni.
Siamo in otto e tutti ed otto abbiamo tatuato sul cuore la religione nostra unica santa: la coerenza.
Il mio signore della coerenza non mi indica la strada, mi dice solo di andare sempre dritto, ed io lo amo per questo. Anche se non è che lo amo proprio, però sono coerente e me lo tengo. Non voglio più cambiare le mie immagini divine, sul cuore non ho poi tantissimo spazio. Ormai.
Vedo quattro persone, stiamo diminuendo, ma teniamo duro.
Ecco questa è l'età dorata migliore in cui potessi vivere. Perché c'è abbondanza di tutto, sguardi a getto continuo che neanche se piovesse liquido amniotico su di un feto, luce da tutte le parti come l'aria che passa in una maglia piena di buchi che vorresti allargare e strappare perché non hanno senso di esistere così piccoli, sogni in ogni piega del corpo. Niente che non vuoi, tanto che non sei.
Ora c'è qui accanto a me uno ed uno soltanto. La soddisfazione, abbiamo resistito, a testa alta.
Le parole ci hanno aiutato, ci hanno aiutato sia quelle originali che quelle false, sia quelle banali che quelle piene di spirito, grondanti immagini, sensazioni goccia dopo goccia. Si, c'è una novità, non posso non dirla: ho deciso di rimandare la fine di questo capoverso. Resisterà ancora per un altro rigo, un rigo fatto di diamanti neri scavati dentro una lastra di bianca insonnia e pazienza.
Sono arrivato al nuovo capoverso, ma non c'è più nessuno.
Ho confinato alla fine tutte quelle voglie che hanno dettato i ritmi di questa breve resistenza, accovacciato su una sedia, convinto ad aspettare l'ennesima promessa che mi sono fatto: rileggermi, almeno un'altra volta. E ringraziarmi.



martedì 17 aprile 2012

L'ora in cui non c'é più niente da scoprire

Ho 18 minuti per scrivere una serie di righe sensate, belle, interessanti e magari anche divertenti.
Per scrivere di quello che mi passa davanti agli occhi mentre sento di avere paura, e insieme freddo, con un pizzico di fame, ma senza avere la febbre.
E quando mi guardo le mani vedo che tremano, alla ricerca delle parole giuste. Come se esistessero.
Ho 17 minuti, e le parole perdono di senso davanti al tempo che mi sbatte davanti alla faccia due o tre albe di fila.
Io non trovo nulla di buono nei consigli, mi inchino alla loro inutilità. E' come usare il libretto d'istruzioni di un forno per il videoregistratore.
Ed è come usare il videoregistratore, che ormai esiste solo nell'anima. Se ce l'hai un'anima.
Ho 14 minuti, mi fa male la spalla, vorrei un massaggio di dolci polpastrelli nella carne. Ma non posso chiedere, né pretendere, né desiderare.
Così cerco, me l'ha detto l'universo che posso cercare. Ma se mi azzardo a cercare un senso, l'universo ha detto che mi soffoca con le sue mani fino a farmi perdere la perfezione di madre natura creatrice.
Ho 11 minuti e non voglio smettere di scrivere.
Come se potessi smettere, come se fossi libero di disintossicarmi dalle mie parole solo non scrivendole.
A quest'ora i colori parlano un'altra lingua, le orecchie ballano sulle note di una fisarmonica continua di sonno misto a tasti di lucida preoccupazione per la mattina di domani.
Non sto bene, ma se mi lamento sto peggio. Questo sono io, dottore mi dia una medicina che puzzi e sia indigesta così mi leccherò i baffi al prossimo pranzo.
Si dottore, stia tranquillo non abuso della sua pazienza, ma solo della mia profonda sensibilità.
Ho 3 minuti, non mi bastano. Sono un filo appeso in casa che vuole essere soffiato, per dondolare e per tornare alla fine sempre allo stesso posto.
E' tutto così dannatamente finto che mi sono innamorato di colpo, arreso in un mondo sgraziato.
Ho finito i minuti, ciao capo. Questo è il mio domani, ultimo dei giorni di ieri.

domenica 15 aprile 2012

Lettera di Luigi Pinto allo Stato.


Salve. Ho 63 anni, e mi chiamo Luigi.


Sono alto, abbastanza, e i capelli ormai mi si sono quasi tutti imbianchiti. Però li porto bene, sono lunghi il giusto.
E ad Ada piacciono. Ah si, scusate, non vi ho presentato Ada: è mia moglie, siamo sposati da 39 anni, e 39 anni sono tanti se li vivi tutti con lo stesso sentimento. Voi non potete immaginare quanto è bello sapere di esserci. Io la vedo lì, ogni giorno, da quando avevo poco più di vent'anni, ed ogni giorno noto in lei qualcosa che il giorno prima non sapevo. Ieri ad esempio ho osservato che quando esce di casa e passa in mezzo ai due specchi dell'ingresso guarda sempre prima quello di destra e poi quello di sinistra. Sempre.
Non vi impressionerà mai un dettaglio simile, se lei, le sue mani, la sua bocca non fossero l'unica cosa che cercate da quando avete memoria dell'esistenza della donna. Ringrazio il destino che me l'ha fatta conoscere, e che mi ha permesso di amarla, finora.

Sono andato via dalla mia città, da Foggia, dopo il diploma. Mi intristiva molto il dover lasciare la mia famiglia e la mia casa, ma venivo da una famiglia proletaria, e avevo bisogni. Volevo trovarmi un lavoro, essere indipendente. Così di mestieri ne ho fatti tanti: ho lavorato da operaio in uno zuccherificio, sono stato minatore in Sardegna, quindi ebbi la buona sorte di avere la prima cattedra in applicazioni tecniche presso una scuola media di Rovigo.
Ho girato tanto, davvero. Dopo Rovigo sono partito per un istituto di Ostiglia, in provincia di Mantova. Mi ricordo la centrale termoelettrica, con quella torretta alta e sottile davvero orrenda, sembrava un'enorme caramella gommosa messa nel vuoto.


Quindi mi hanno trasferito a Siviano, una frazione del comune di Monte Isola, in provincia di Brescia. Si affaccia sul lago d'Iseo. E' un posto bellissimo. Come avrei potuto non restare a vivere qui?! L'umidità non da' tregua, questo è vero. D'inverno il freddo è pungente come una fitta continua, e d'estate l'afa ti pianta un mantello sulla pelle come se volesse rapirti. Ma le viuzze strette in salita dove non conosci la strada che ti si mette davanti a più di dieci metri, le scale occupate dalla gente che lavora, e poi le pietre che danno vita alle case, alle strade, a tutto, sempre uguali, sempre le stesse, che quasi ormai me le ricordo una per una: tutto qui mi è familiare, vicino.


Amo mia moglie, mia figlia, questo paesino, i miei problemi. C'è molto che non va, ma non lo dirò a voi. Piuttosto che lamentarmi preferisco urlare, per quel che posso alla mia età.
Ero, sono e morirò antifascista. Ma non voto il Pd, non mi merita. E neanche Grillo o Di Pietro, che alla sinistra hanno tolto anima e dignità con quelle continue accuse alla "casta", a Berlusconi, ai corrotti, e quell'eterno ricorso alla legalità che sa di fascismo latente. Tanto che me lo ricordo bene l'ex pm Tonino che votò per la chiusura della commissione parlamentare d'inchiesta sui fatti del G8 di Genova. Io non scelgo nessuno, adesso non ce la faccio.
Spero che le cose cambino, spero che ai ragazzi venga data la possibilità di dimostrare il proprio valore. Spero che possano avere una storia simile alla mia.
Che poi non è proprio la mia, ma quella che avrei voluto, o forse anche solamente potuto avere. Una delle tante, se solo il 28 maggio di trentotto anni fa, a Brescia, non fossi saltato in aria, insieme a una piazza e a un intero Stato.


Ieri ho scoperto che della mia morte, e di quella di altre 7 persone, non ha colpa nessuno. Così, se nessuno ha messo quella bomba, vuol dire che non c'è stato alcun attentato. E se non ci sono gli assassini quindi non ci sono stati nemmeno dei morti. E allora sono vivo. Si, sono vivo.


Grazie mio amato Stato, grazie per avermi resuscitato ancora una volta.

Tuo,

Luigi Pinto.



sabato 14 aprile 2012

Tragedia di un comico in mongolfiera

 - Salve, sono un comico.
 - E' sicuro?
 - Abbastanza.
 - E mica si può essere sicuri di essere comici, deve far ridere innanzitutto.
 - Cosa?
 - Si, deve dire battute, fare faccette, suscitare ilarità.
 - No mi scusi, proprio non la seguo.
 - Come non mi segue? Mi ascolti: il comico è quello che fa ridere, no?
 - Si, credo di si.
 - Ecco, quindi se lei mi dice che fa il comico allora mi deve dimostrare che sa far ridere!
 - Ah si?
 - E certo! Mica può venire a presentare un'autocertificazione.
 - Perché ha messo l'apostrofo prima di "autocertificazione"?
 - Come perché? E' così che si dice! E poi scusi, questo apostrofo l'ha visto o l'ha sentito? Come fa ad essere sicuro che c'era?
 - Sono sicuro ci fosse.
 - E perché?
 - Semplice, mi sono fidato del fatto che lei parli in un italiano corretto.
 - Davvero si è fidato?
 - Si. Per questo pensavo che si sarebbe fidato di me quando le ho detto di essere un comico. Così ci si comporta tra gentiluomini.
 - Ma no aspetti, le chiedo scusa. In effetti guardandola bene ora ci credo che lei sia un comico.
 - Ecco, mi spiace, ma si sta sbagliando di nuovo. Lei mi ha tolto la voglia di sorridere. Ed io oramai ho smesso di essere comico. Addio.

lunedì 2 aprile 2012

La fine di una dipendenza storica


Stasera mi hanno raccontato una storia.
C'era una macchina che saliva su un marciapiede, fino a quando non ha sbattuto contro un palo, ed il palo si è spezzato in due cadendo su una cabina telefonica. E nella cabina non c'era nessuno, ché se ci fosse stato sarebbe morto. Ed io di storie di morti non voglio più scrivere.
Voglio scrivere di Mariasole, che a telefonare in cabina non ci va più da anni, da quando è arrivata in Italia. Ha comprato un cellulare con i soldi del suo primo stipendio da badante, un cellulare scarno e vecchio, come le anziane a cui teneva compagnia. Mariasole quei soldi non li ha mai rubati, a metterli nella sua borsa è stato il figlio della signora Lucia, che Mariasole ha provato a corteggiarla, invano; e quando il corteggiamento è andato male, allora lui ha pensato bene di rovinarle la vita.
Brutta storia. L'infatuazione che diventa stolta ossessione e vile vendetta. Ma l'amore non ricambiato esiste davvero, e non è certo questo. E' quello di Samir, a fari spenti fuori dal suo villaggio per andare a vedere lo spettacolo di Nadia, sua compagna di classe, che fa danza classica, come la madre voleva che volesse. E a Samir quanto piace osservare le gambe di Nadia che si incontrano quasi a formare una "P". Piroette, una, due, tre, instancabili. Almeno per Samir, perché Nadia invece è stanca. Non di essere squadrata da Samir, che forse neanche ha notato, ma stanca di essere quella che non ha mai chiesto d'essere. Tutta tesa, sempre tirata, ma mamma lo sa che si soffre in silenzio. Si scambiano sguardi imploranti lei e Nadia: "Fallo per me!", le chiede la bambina. "No, fallo tu per me!..", risponde la mamma, come se avesse una bocca in mezzo a quegli occhi che simulano tranquillità.
Lei, Luisa, ha un mondo pieno di sogni spezzati come sillabe mandate a capo. Una sola figlia, Nadia, invece delle tante che avrebbe voluto. La doppia ferita di essersi affrancata dalla famiglia solo grazie al matrimonio, le turbe su quanti anni dimostra una donna sposata che non ride, il senso di fondamentale disinteresse per chi le sta attorno. E poi io, che parlo di lei senza pietà, approfittando del suo dolore soltanto per un altro capoverso.
Ovvero per un'altra storia, come quella che mi hanno raccontato stasera. La storia di un uomo che raccontava storie. E che a un certo punto ha smesso.



sabato 18 febbraio 2012

Gocce di poesia - Atto VII



LONELY SLOW FOOD

Metti a bagno i ricordi e gli umori,
affetta i sospiri,
grattugia la buccia di ogni tua ferita.

Innaffia quei fogli con del buon dolore,
poi mischiali alle tue immagini
e sciogli un magone.

Ricorda di spegnere i dubbi nel forno,
o domani, se bruciano,
resterà puzza di rimpianto.

Negli occhi l'acqua ormai bolle.
Puoi buttare le lacrime:
quante ne vuoi, sono solo per te.

Un pranzo ha bisogno di tempo.
Poi, quando sarà pronto,
ti sarà servito tutto.

Tutto.


lunedì 13 febbraio 2012

Mi faccia una domanda, si dia una risposta.


"Scusa, è stata una giornataccia. Ma l'intervista la facciamo lo stesso, dammi solo un momento."

Inizia così la chiacchierata con Saverio Abele, mio amico, nonché vicino di casa, nonché l'ottantenne meno rugoso che abbia mai conosciuto. Sa che questa intervista non andrà su alcun giornale, rivista o quotidiano che sia, e nemmeno su qualche sito d'informazione letto da più gente di quanta non ne abiti nel nostro condominio.
Saverio non chiede neanche il motivo di questa mia assurda richiesta, in fin dei conti gli ho solo proposto di rispondere a qualche domanda, sa che ne scriverò sul mio blog, ma per lui, giustamente, è come se prendessi appunti per un quaderno che leggerò soltanto io.

Il signor Abele ha 79 anni, vive a Roma da cinquanta, è originario di Barletta, ha sempre lavorato come portiere d'albergo, adesso è in pensione. Beato lui, che se la goda. Mi da' l'impressione di quello che ha faticato tanto nella vita. Certo, con le impressioni non si fa molta strada; ma siamo solo lui ed io, e tutti e due usiamo la stessa moneta.
"Tu non hai ancora ben chiaro cosa fare da grande", mi dice, allungando l'indice come se stesse controllando con quel dito la consistenza dell'aria tra di noi. Gli rispondo che è vero, ma che forse non si è sbilanciato poi così tanto. Vorrei domandargli del perché non porta la fede al dito, rinunciando stupidamente alla semplice idea che quella signora che abita con lui possa non essere la moglie.

Saverio sorride, ho fissato la sua mano troppo a lungo per non cadere nel tranello di una domanda spinta fuori a forza dalla curiosità, piuttosto che dal coraggio di svelare ciò che in altri potrebbe esser sepolto volutamente sotto strati di lento oblio.
"Vuoi chiedermi se sono sposato, chi è quella donna e, se non è mia moglie, perché non lo è?". Saverio se la ride, mi sento un banale fruitore di impressioni superficiali. Lui continua: "Me lo chiedono tutti, ma una domanda non è stupida solo perché sono in tanti a farla, lo è di più quando quelli che la fanno si sono già dati una risposta da soli."

Non so perché quest'uomo mi metta di buon umore. Sorride poco, quando non mi aspetterei di vedere i suoi denti non più bianchissimi, e i lineamenti facciali tra naso e mento aprirsi in una sorta di rombo. "Agata non è mia moglie, ma stiamo insieme da 44 anni. Non ho mai capito cosa avesse il matrimonio più dell'idea di avere voglia di svegliarmi ogni mattina accanto a lei. E poi quella frase odiosa, 'vi dichiaro marito e moglie': è davvero inaccettabile. Il nostro amore possiamo raccontarcelo solo io e Agata, è sempre stato così e sempre lo sarà. Lei la pensava come me già quarant'anni fa. Che dire: una donna da sposare.."
Stavolta sono io a ridere. E ho pure perso completamente il filo del discorso. Non che avessi chissà quali scalette preparate nella testa, ma sicuramente avrei voluto portare Saverio a parlare dei giovani di oggi (me compreso), di come li vede, della fiducia che gli trasmettono, della finta libertà di cui si fanno manifesto.

Invece non andremo oltre, per oggi. Il signor Abele infatti, che mi ha letto fin troppo bene, fa per alzarsi e mi porge una scatoletta nera di latta, con sopra una foto di Marilyn Monroe. Dentro ci sono delle mentine, ne prendo una.
"Ascoltati di meno, ragazzo, e riposa un po' di più, ché gli occhi non ti stanno in piedi da soli", mi dice, rimettendo le mentine di Marilyn in tasca: "è stata una giornataccia, l'ho capito. L'intervista la finiamo domani."


giovedì 2 febbraio 2012

Andrea. Recensione di un libro mai scritto.


Ha fame di tutte le cose che non ha. Ha fame Andrea, e si lascia sfuggire un'espressione di desiderio ogni volta che fissa un vetro per scorgervi ciò che è dietro. O dentro, come se il mondo fosse un frigorifero.

In realtà Andrea è in un libro, un libro che tratta di precari, di giovani vite precarie, del senso di mancata appartenenza che ci portiamo addosso: niente più classi, nessun ceto, non un mondo di piccoli nodi da tenere stretti. Oggi, che tutto è condiviso, non condividiamo nulla. Se non la stessa camera da deportati, con le pareti tutte uguali e sui muri non un buco, una scritta, un graffio, un segno di riconoscimento. Nessun riferimento.
Gli ufficiali del Regno del Caos ci guardano da fuori, controllano che tutto sia a posto, il gas del disorientamento sta per essere aperto. Ci lasciamo cadere come cade chi si è perso: scivoliamo increduli, più docilmente sconfitti che tristemente disperati. Vittime attive di uno sterminio: il genocidio di una generazione.

C'è anche Andrea, certo, non lo dimentico.
La mia penna si posa sul suo sguardo, che si posa su di un foglio appeso al muro: "Laureato impartisce lezioni". Ecco, vorrebbe essere lì, tra quella vita attiva del darsi da fare, tra chi non s'arrende. E invece è già tutto scritto: passerà avanti pure questa volta, si darà per vinto, sentirà ciò che ha pensato una sola volta come qualcosa di già vecchio, di scaduto.

Maledetta la malattia di Andrea. Sentire le proprie esigenze, e non far nulla per soddisfarle; per soddisfare tutte quelle ipocondrie dell'anima che ti fanno fasciare la testa ancora prima d'essertela rotta. Ma la testa Andrea l'ha già rotta: si è lacerata il giorno in cui ha capito di essere nato giovane nel momento storico sbagliato.
Ma ve lo ricordate cosa vuol dire esser malati di gioventù? Quando i nervi si tendono al loro estremo per la voglia di fare; quando i sensi percepiscono tutto il finito, anche il più onesto e puro, come una limitazione; quando vorresti camminare in mille direzioni diverse, pur sapendo che il tuo destino sarà sempre quello di tornare indietro; quando il sangue bolle nel cervello come in una pentola a pressione.
Quando vivi di moto, insomma, non puoi restare ancorato alla corda del timore del vuoto. Non ogni giorno. Non per sempre. E' come cibarsi di novità, ed essere perennemente attaccati dalla muffa.

Le pagine con Andrea sono pagine stanche, già raccontate, prive di guizzi. Chi le orchestra è un maestro di "vorrei, ma non posso". Eppure, a nessun essere con un cuore collegato al cervello verrebbe mai in mente di giudicarle male, anche soltanto per la verità che si portano dentro.
Verità arrendevole, senza sogni di gloria, piena di umili aspirazioni. C'è spazio ancora per una letteratura così? C'è spazio ancora per una vita così? Andrea ha fame, e vorrebbe solo che avere fame fosse ancora credibile.

Andrea è un racconto, o un romanzo, o forse il mio immaginario che si riempie di brividi confusi. Andrea non è certo un libro. Ma se lo fosse s'intitolerebbe:

"ANDREA. LO STERMINIO DI UNA PANCIA E DEI SUOI BISOGNI."



mercoledì 25 gennaio 2012

Espressioni rubate


E così mi arresi all'evidenza: svoltai l'angolo, e me la trovai lì davanti, pronta a fare colpo.
Non disse nulla lei, le bastò fare un movimento un po' più verticale dell'arma per far si che m'arrestassi lì sui miei passi. D'altronde come avrei potuto arrestarmi sui passi di un altro, avrei finito per pestargli i piedi.

Mi arresi all'evidenza mentre passeggiavo, come in un pomeriggio qualsiasi, al solito senza nutrire alcuna speranza di dare alla mia giornata un colorito vivace, che non fosse la solita pallida pennellata di quotidianità.
Ché io poi una speranza non so neanche come si nutre, cosa mangia, a che ora, con quali dosi. Avrei dovuto cercare un nutrizionista, avrei potuto trovarlo sulle pagine gialle e contattarlo.

Ma non feci in tempo, perché dovetti arrendermi all'evidenza. Gli occhi mi si appannarono, o forse furono le lenti degli occhiali ad appannarsi.
Il cuore cominciò a battere all'impazzata, l'impazzata non la prese bene e cominciò a battere il cuore. Io ordinai a entrambi di fermarsi: c'erano cose più importanti a cui pensare. Ero stato preso in ostaggio dall'evidenza.

Non so come accadde che non mi accorsi prima della sua presenza, dell'evidenza intendo dire. Quel viavai di facce stranite che mi vennero incontro da dietro quell'angolo, prima che fossi io a superarlo, avrebbe dovuto farmi insospettire. Eppure non badai troppo a chi mi gravitava attorno.
Errore colossale. Sia il non fare caso al mondo che mi girava intorno in quel momento, sia il non chiedere spiegazioni ad un passante qualsiasi sul fatto che tutti gravitassero, mentre io ero sempre il solito poveraccio che camminava sulle sue limitate gambe, che limitate sono poi perché soltanto due di numero, e non per altro, sia chiaro.

Sentivo di aver diritto anch'io alla mia dose di stravaganza, di fugace evasione, persino in quel momento di tensione massima. Ma la tensione io mica potevo saperla allora. La tensione è una cosa postuma, è una cartolina; la tensione è l'acqua che evapora mentre fa le bolle.
La tensione, insomma, potete avvertirla voi adesso. E anzi, proprio perché potete avvertirla, mandatele un messaggio da parte mia per favore, e ditele che ne ho avuto abbastanza di lei e dei suoi giochetti. Grazie.

Io odio piangermi addosso. E odio ancor di più piangere addosso agli altri. Quel che accadde quel giorno con l'evidenza fu tutta colpa mia. Una sbadataggine, un errore di gioventù. Ancora oggi mi capita di ripensare alle parole di mio padre quand'ero bambino: "Apri gli occhi, figliolo! Dammi retta".
Io ho cercato dappertutto papà, ti giuro, ma quella retta non l'ho mai trovata. Perdonami.

Così mi arresi all'evidenza.
Alzai le mani e mi consegnai, faticando pure parecchio nel portarmi in braccio. Lei mi ritirò dalle mie mani, e mi colpì subito, cogliendomi quasi di sorpresa. Ed io infatti rimasi molto sorpreso dal fatto che fosse riuscita a cogliermi ancora prima che fossi a terra.
Ma tant'è, caddi immediatamente sul selciato. E lì restai ancora una volta. Ferito, e senza più neanche un modo di dire.