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sabato 17 giugno 2023

Quando il buio si avvicina

Al solo pensiero di potermici riavvicinare, la puzza di vecchio, di chiuso, di stantio mi ha assalito le narici come un gatto sbucato dal buio all'improvviso.
Cosa ci fosse qui dentro, iniziavo a non ricordarlo più nemmeno io.
Tanti anni fa ci venivo a lasciare scatoloni di paure, timidezze, illusioni, convinzioni finite imballate e nascoste per trovargli un riparo dalla polvere del tempo che passa e smaterializza. Dissacra. Sminuisce.

Chi ero io? Chi eri tu? In questi contenitori ci sono ammassate così tante possibili personalità, che sembra davvero improbabile poterne trovare una reale. E si finisce come a sfogliare i vecchi album di fotografie, o Wikipedia, o YouTube: perché sono venuto qui? Cosa stavo cercando? Chi stavo cercando?

Se chiudo gli occhi, però - tanto qui sono così solo da sentirmi al sicuro - riesco quasi a ricostruire un buon numero di quelle notti salvate da questo stanzone, e dall'ingenua pretesa di riempirlo per fare ordine o per darmi un tono davanti al grigio orizzonte di un domani che avrei voluto divorare ma nello stesso tempo rinviare all'infinito. Sempre fuori tempo io e lui, come gli autobus di Roma e chi li aspetta, come il piede d'appoggio dei vecchi e le scale mobili. Con la regia di una musica fidata a dettare i ritmi, luci sempre le stesse e pochi oggetti di scena.

Una recita, anzi un monologo. Qualche spettatore, dalle poche finestrelle in cui capitava di avvertire occhi interessati - anche loro sempre gli stessi -, comunque abbastanza per scatenare insieme accenni d'ansia di prestazione e lampi di senso di responsabilità. Vediamo come metti a posto. Vediamo che ti inventi stasera.
A metà del lavoro, puntualmente, ero bloccato senza aver combinato granché, e rinnegavo quella scelta, quel luogo, gli ultimi 5 anni di vita, l'alfabetizzazione, insomma me stesso. Poi, scavallato il punto più alto di crisi, iniziando a intravedere come in un miraggio le vicine e sicure sponde del fallimento, sentivo la pressione scivolarmi via dal corpo, sciogliendomi in movimenti agili e ripetuti, osavo, azzardando acceleravo, mi perdevo eppure ritrovavo sempre la via, o più verosimilmente, accorgendomi di non avere altro sbocco che un campo desolato, ci piazzavo le mie cose e la chiamavo destinazione.

Nonostante tutto, ogni finale mi pareva l'impresa più credibile mai compiuta nella vita.

Questo ho fatto stasera. Ho aperto, ho sfilato le ragnatele, ho puntato dritto a un paio di scatoloni. Aprendoli e rovesciando tutto fuori.
Sarà poco, saranno soltanto parole. 
Non sono mai la soluzione, ma se ce n'è una - per me - è da quei binari che passa.



domenica 17 aprile 2016

L'esistenza di Domenica


Un sorso impossibile da mandare giù. Poi un altro. E un altro ancora.
Domenica stava lì, in piedi al lato corto del tavolo, quello destro, o meglio alla sinistra della vecchia zia. Nel pugno mancino, nascosto lungo il fianco, si teneva aggrappata al vestito verde e rosa quasi fosse la sua vita. Ogni secondo aumentava i sorsi, e ogni sorso la stretta, ed ogni stretta le grinze. I cespugli di tessuto come evoluzioni delle sue vene gonfie e straripanti.

Domenica si riteneva fortunata, mentre l'altra presa impugnava tremante il calice a versare in bocca la pozione dannata. Lei era sempre più pallida, ma viva.
Forse aveva sbagliato ad accettare quella sfida, o forse non aveva altra scelta. D'altronde si sceglie ciò che si può scegliere, e si evita ciò che è permesso evitare. Impegnarsi a mandar giù quella bevanda dal misterioso retrogusto di polvere, piombo e carta da giornale, pur di non cedere d'un passo sul proprio stato di persona libera, si annunciava più complicato del previsto ma non impraticabile.


Perché ci si accorge di avere qualcosa sempre nel momento in cui la si sta perdendo. E non fu per la gamba attaccata alla palla di ferro; non fu per il guercio poggiato al muro di mattoni che dall'esterno le sorrideva di un sorriso a corto di due denti, o forse più; non fu nemmeno per il pugnale dalla lama fiera che le solleticava il coccige per mano e forza d'una delle zelanti schiave di quell'infame zia; non fu per alcuna di queste scene che Domenica si decise a trangugiare la sostanza, ma solo perché aveva deciso che vivere significasse stare dalla parte di chi è vivo e soltanto dopo, se proprio càpita, muore.

È un fatto di appartenenza.
Così deglutiva, e la gola continuava a contrarsi e rispuntare fuori più potente di prima, come fa in un falò la fiamma che finisce sotto il getto di spirito.
"Sono una donna, sono umana, sono libera."
"Sono una donna, sono sorella, sono libera."
"Sono una donna, sono figlia, sono libera."
"Sono una donna, sono viva, sono lib", le parole, pur se solo nella sua testa, s'interruppero. Avevano fatto tutti i giri possibili, il veleno era arrivato al sistema nervoso. Le gambe si piegarono, cadde. Per lo slancio indietreggiò anche la schiava dalla punta appuntita. Il bicchiere si rovesciò ma ne cadde solo qualche goccia, ormai era praticamente vuoto. Aveva bevuto quasi tutto, tutto il male ce l'aveva dentro Domenica. Fuori non erano rimasti che i suoi sospiri affannosi, la crudeltà dei presenti e due occhi pronti a chiudersi.

Distesa come svenuta, partigiana, era stata con la vita fino all'ultimo respiro.



domenica 8 novembre 2015

La fine della verità è l'inizio della realtà


Sapere non vuol dire conoscere,
come saper leggere l'ora non significa avere un futuro.
Capire è un'ossessione figlia della vista, uno sforzo degli occhi; che appannati, infine, riposano, e ci lasciano vedere meglio. 
Le sensazioni che scendono dal rubinetto esausto delle crisi, goccia dopo goccia, invisibili e pesanti, non fanno un lago. Restano perdite; che non rimangono; anzi se ne vanno, proprio poiché perdute.
Finiti i giri da fare, si deve trovare un'altra strada. L'alternativa è tornare a casa senza esser certi di potersi rimettere in viaggio. Il punto di partenza non è uno spauracchio, un nemico da cui tenere le distanze, ma uno spunto. Di ripartenza, e di riflessione.
Assistere alla vita che scorre è un atto di verità; non ostacolarla è un atto di generosità; far sì che scorra nel verso da noi voluto è un atto di libertà.
Uscire di casa, vedere, toccare, non sentire, ascoltare, non pretendere, cercare, nelle fasi di pausa, nello sporco, nelle debolezze di ognuno, nei silenzi, un ritornello di gesti, un espediente maniacale, una faccia da conservare, e cedere, cedersi, lanciando un segnale, un collegamento, un pezzo del proprio pensiero, un'intuizione.
Interpretazioni, per sgombrare il campo dalle affermazioni.
E ricordarsi che non esiste differenza tra giusto o sbagliato.
Esiste dove decidiamo di stare, e cosa decidiamo di dare.


domenica 9 agosto 2015

Sensibili alle onde


Ogni giorno passato appresso al calcio è un giorno sprecato, o quasi.
Se ora mi sfrecciassero davanti agli occhi tutte le domeniche e i weekend e i turni infrasettimanali di tutte le partite giocate dal Foggia dacché mi legai alle sue più o meno fortunate sorti, ne finirei sfatto di nausea e stanchezza, allo strenuo delle mie forze mentali, come alla fine di un gioco durato troppo.
Per quanto il mondo del pallone in questi decenni si sia adoperato, con risultati eccellenti, ad invadere la nostra quotidianità, riproponendosi ora dopo ora col suo contenitore di preconfezionata originalità, pensare alla propria condizione di tifoso in una giornata "normale", una di quelle devote in esclusiva al barcamenarsi tra lavoro e affetti e questioni personali, rimane comunque un impegno da gestire con grande abilità.

Detto in parole chiare: nella situazione più difficile, all'apice del più grave intreccio di problemi, ci sono pur sempre ottime possibilità che un pezzo di cervello ormai fottuto resti legato alle vicende della vostra squadra. Anche marginalmente, superficialmente, a rate di pensieri impercettibili e di infinitesimale durata, ma tutti rivolti e originati da lì: "Foggia? Ho sentito Foggia?! Chi ha detto Foggia? Stasera gioca il Foggia? Domani gioca il Foggia? Prima o poi gioca il Foggia? Chi abbiamo comprato? Ascensori 'Matarangolo': madò si chiamano come quel cesso che giocava con Florimbj! Sei di San Benedetto del Tronto, ah sì ci sono stato in trasferta! Quanti anni hai, sette? Ricordo che avevo sette anni quando mio padre iniziò a portarmi con sé allo stadio..."

Una matassa di richiami condizionata da quella che è a tutti gli effetti l'occupazione stabile di una parte della nostra testa. E anche questa, come tutte le occupazioni, deve resistere a tentativi di sgombero. Gli assalti quotidiani, oltre che dall'incedere inarrestabile della cosiddetta maturità ("angor appriss au Fogg'?!"), arrivano soprattutto da ciò che intanto è cambiato attorno alla percezione di tale gioco infinito.
La commercializzazione del supporter, incrociata alla spoliazione dei suoi diritti più elementari (come quello al libero spostamento), ha toccato vette di ghettizzazione della partecipazione mai toccate prima. Ossia, adesso sono ben accetti innanzitutto spettatori. Il resto fa contorno. E alla lunga, come in ogni storia d'amore, anche il sentimento per una squadra e la sua storia può sfibrarsi fino a sfiorare il disinteresse.
Non è per forza un processo irreversibile, piuttosto un'onda che si allontana per poi tornare a bagnare la riva, spesso pure con moti più intensi e corposi.

Può capitare per anni, mesi, settimane; oppure solo per qualche istante di isolamento, di fastidio per la propria lesa dignità, di tifoso e di persona.
Quindi, in un momento, un solo pensiero basta a coprire ciò che i portatori di tristezza hanno provato a seminare. Da quando so per certo che si giocherà questa partita, lo ammetto, faccio un po' fatica a pensare ad altro.
Per quanto una sconfitta non sia la fine del mondo; per quanto a breve dovrò di nuovo cercare lavoro; per quanto sia solo Coppa Italia e dopo 17 anni di anonimato noi siamo tanto sfavoriti da non avere quasi nulla da perdere; per quanto faccia caldo, io stia morendo di sonno e il mondo che abbiamo costruito sia una mezza merda.

Insomma, stasera il Foggia gioca contro l'odiato Bari e no, questo non è un giorno come tutti gli altri.


martedì 2 giugno 2015

In viaggio mentre (non) dormi


Dove credi di andare?
E poi, pensi che basti credere per andare?
Pensare costantemente alla meta non aiuta a raggiungerla prima. Non è scritto in nessuna teoria scientifica.
Sperarla accogliente, misteriosa e fortunata non assicura certo la buona riuscita del viaggio.
Avere gli occhi fissi sulla strada è sicuramente il più naturale e logico dei passatempi, ma pure il più lento.
Le coste restano coste; le colline, colline; gli stadi, stadi vuoti; i vulcani, vulcani spenti; le spiagge, luoghi sempre troppo lontani; e i letti dei fiumi, spiagge deserte sempre troppo lontane.
Solo il cielo, forse, cambia. Ma nessuno guarda davvero il cielo quando avanza.
È molto più probabile che ci si perda a fissare la striscia che continua la terra, per esaltarsi ad ogni sua fugace deviazione.
Tratteggiando le riflessioni interrotte sull'asfalto, poiché c'è sempre troppo da pensare quando si è in marcia.
E i libri sono difficili e divorati, i dvd pochi e per pochi, i video su Youtube più infiniti di giga e batterie.
Mentre la radio non passa le montagne a meno che non sia una preghiera o una bestemmia.
Nel tragitto in treno i vetri dei poveri tremano, quelli dei ricchi stanno fermi e isolano. Nei primi le parole rimbalzano, negli altri invece scoppiano dentro bolle a forma di cuffie.
Quando allora si prende in mano lo smartphone, quello è il segnale di abbandono: ci sono per tutti i miei contatti, non ci sono per nessuno.  Risate, rimorsi e sbadigli formato 6 pollici.
Camminando, non faresti molta più attenzione. Avresti solo più freddo o più caldo, e risparmieresti indecisione.
Il percorso si fa meno temibile, la scelta non urgente, la soluzione mai irrimediabile.
L'unica cosa che conta davvero è essere sempre in movimento, anche sul posto.
Perché ci sono tante strade per quanti modi di viaggiare conosci.


sabato 18 aprile 2015

Pensavo fosse odio, invece era una trasferta a Lecce. (Lettera di scuse a dei foggiani)


Non tutto scivola addosso.

C'è qualcosa che resta, si sedimenta, lascia tracce indelebili sotto la pelle, e riemerge fastidioso a provocare irritazione anche a distanza di anni.
Ci sono fatti, situazioni oggettive e precise, per cui non esiste il lavoro di pulizia del tempo. Nessuna prescrizione, nessuna delega al ricordo in nome di un futuro già scritto.
Come le condanne postume, che condanne non sono mai perché la vera giustizia non vive fuori dalla vittima ma nasce nel suo cuore, proprio mentre sta subendo il torto, e lì dentro si coltiva e cresce per l'eternità, trovando sbocchi inattesi.



Così domenica io a Lecce non ci sarò, perché non potrò esserci.
Non ho i soldi e non ho modo di organizzarmi, ma ancor di più non ne ho diritto. Non sono autorizzato ad assistere ad una partita di calcio della mia squadra del cuore, insieme ai fratelli, le sorelle, i padri, le madri, le nonne, i nonni, i nipoti, i figli e tutti gli stronzi che continuerebbero ad averne voglia.
Quando è partita ufficialmente l'operazione "tessera del tifoso", sapevo che avrei ridotto di molto i miei viaggi per il Foggia; sapevo che tutto non sarebbe stato più come prima e sapevo che avrei dovuto fare ricorso a tanta immaginazione per sperare il ritorno di tempi migliori.
"Ma fattela sta cazzo di tessera", mi è stato detto un'infinità di volte, "che è solo una carta in più delle mille che già hai!": in fondo, non appartengo a gruppi organizzati, non ho mai avuto il vincolo stretto di fare patto con i miei compagni di gradoni. Il mio compagno è sempre stato la Curva, tutta; o almeno tutta quella devota al sostegno incessante, al colore, al boato, al divertimento. Al vedere la partita dopo la partita, in tv.



Io, senza i fanatici e testardi ultrà che per anni m'hanno incantato col loro modo eccessivo di stare allo stadio, dentro quella curva non ci avrei mai messo piede. Ed ora non sarei dove sono adesso, seduto alla scrivania che è quasi l'alba del mio terzo o quarto weekend da disoccupato, concentrato davanti al pc per scrivere di un amore che si è fatto rabbia, smarrimento e poi rancore.

Non si tratta solo dell'idea di autoescludersi a priori dalla possibilità di assistere ad una sfida di terza serie "tra nobili decadute", si sarebbe detto un tempo, nonché duellanti pugliesi in un derby che torna dopo diversi anni; e né soltanto dell'impossibilità di sostenere la mia maglia in una gara delicata che vale le ultimissime chance per sperare nella promozione.

Qualcosa di più: è il sapere che c'è invece chi ci sarà, domenica, al Via del Mare. Amici, conoscenti, rossoneri come me, col biglietto pronto e i pullman preparati da Foggia, in tutto si parla di 200 presenze circa, neanche miseria di questi tempi... E io?! Io dove sono? Perché non sarò lì, insieme a tutti gli altri? Perché ci è stata tolta, e ad altri più di me, la libertà di partire? Perché non ho mai potuto nemmeno pensare di farla questa trasferta?

Quando ho deciso che il mio "no" alla tessera sarebbe stato inderogabile, finché almeno il cuore e la testa avrebbero retto la decisione, ho immaginato che il passo successivo sarebbe stato solamente uno: basta tifo, basta pallone! Ma prima, già lo sapevo, avrei vissuto anch'io la fase dell'odio verso i tesserati, verso chi può partire e ancor di più verso chi potrebbe, e non lo fa. Questa fase è arrivata con ritardo, in fin dei conti, ma è poi esplosa, silenziosamente, come i gemiti di quando stringi i denti.

Così, pur consapevole di quanto immaturo e stupido sia ciò che provo, vengo travolto dal fastidio e da un'invidiosa stizza ad ogni immagine o parola dei foggiani mentre si preparano per essere domenica sugli spalti a Lecce. Anche se miei amici, anche se Pasquale e Daniele. Anzi, soprattutto loro. Perché il risentimento vero conta solo nemici.

Ed è per questo che ora vi chiedo: perdonatemi, fratelli, se vi avrò odiato! E portatemi una vittoria.
Avanti Foggia!

sabato 11 aprile 2015

Fratello dove sei? (O della scoperta del settimo senso: l'autopercezione)

FOGGIA - CASERTANA o qualcosa del genere

A luci spente. Allungo la mano. E trovo una sciarpa, retta all'estremità da un'altra mano, sempre mia. Non vedo cosa c'è scritto, ma so dove siamo, perché resta illuminata una parte che illumina tutto. Una parte per il tutto. Una sineddoche: la parte è una striscia di campo, il tutto è quello che ho fatto in questi 27 anni quasi ventotto.
In verità non so di preciso cosa sia accaduto dal 3-0 alla Lucchese di Orrico in quella domenica del '91 ad oggi. So che il calcio è diventato nel frattempo un malato terminale; so che i tifosi tifano più a casa che allo stadio; so che dovrò mandare un inutile curriculum non appena finisco di buttare già ste righe; so che ho cambiato curva; so che ho imparato a lasciare e ad essere lasciato; so che non ho mai imparato davvero a farmi la barba; so che ho due nipoti, e giuro non avrei mai immaginato potesse essere una cosa tanto dolce; so che mi fa male la testa, quasi ogni quindici giorni, perché quasi ogni quindici giorni immolo quel che resta di me stesso alla causa meno nobile che esista. Perché "chi te lo fa fare"? Perché 22 coglioni che corrono appresso a una palla. Perché come fai a pensare al calcio? Perché siete rimasti quattro gatti. Perché non vedi che te la fai coi delinquenti? Perché il calcio a Foggia è morto.


A luci spente, ve lo dico: siete morti voi. Tristi approfittatori d'infelicità. Logorroici speculatori del disagio altrui. Cacacazzi. Anzi, no, non ve lo dico. Lascio cantare il buio, dalle cui gole rauche e alcoliche provengono canti improvvisati misti a ululati e battimani fuori tempo. "Alè alè oh oh... 'A matin n's vonn avzà... Alleluja Alleluja... Tu non sai cosa ho fatto quel giorno... Che bello è quando erutta..." ah no, questa non si può dire! È discriminazione geografica, geologica, sociologica, roba da 41-bis insomma.
Loiacono col ginocchio, dicono, hanno detto a fine primo tempo, poi ho riferito pur io, dando il probabile per assodato, e rimettendolo in circolo come certo, ché tanto non interessa a nessuno né il chi e nemmeno il come. Interessa solo l'aria. Quella dentro la palla, quella fuori dalla palla, quella che muove la rete, quella che riporta il boato, quella scaraventata dall'esultare scomposto, quella che ti solleva i piedi da terra.
I playoff, le Madonne invocate, Verile, il fallimento, i soldi che n'g stann, quella buglia della Merletti, De Zerbi resta, i diffidati, Mario Facco e mi gratto, Campilongo, il borghetti, le "spaccate", Sarno e Gigliotti squalificati a Lecce, la Serie B che non vediamo da diciassette anni, le donne: tutto in un soffio. Un pugno al cielo agitato meccanicamente neanche fosse un cric che ti solleva l'anima per portartela nello stato più vicino a quello che si usa definire "un sogno".


A luci spente, in camera mia, ho appena finito di rivedere la partita sul pc; anzi, di vedere, ché mica si guarda granché dal fosso di persone in cui andiamo a ficcarci noi che, più che assistere alla partita, diciamo che la realizziamo, per confrontarla poi con l'avara precisione del racconto di cronaca.
A luci spente, perché non ho bisogno di vedere dove sono. Lo so, lo sento. Sono dove ci si arrende solo all'evidenza, e spesso neanche a quello. Sono nel posto giusto, sono dentro di me, sono a casa. E pure quasi nei playoff.

mercoledì 25 marzo 2015

Quelli che restano sono quelli che non se ne vanno. (Pare un post sui tifosi)


Restare più del tempo stabilito. Il sogno di una vita. L'immortalità.

Da bambino, quando mi portavano dai miei cugini, o ancor di più quando la sera andavo con papà da Tonino per vedere i primi posticipi della domenica di Serie A, albori della pay-tv, ed io però in realtà volevo solo giocare con Pasquale, suo figlio, perché ci divertivamo un mondo.
Poi, più avanti, quando dai miei cugini ci tornavo per vederle io le partite, e una volta finite si doveva risalire in auto e rientrare a casa, anzi sotto casa a cercare parcheggio. E più avanti ancora, nelle prime sere strappate al solito appuntamento dai nonni, in giro con gli amici a stare, con quel dannato orario limite a cui rubare ogni volta cinque-minuti-cinque, fino a dilatarlo di mezzore ed ore.
Allora le serate a cena dagli amici, e i "resto qui a dormire" pieni di balle su dove si fosse davvero, e i weekend organizzati e rovinati per non essere riusciti a trovare un modo credibile per giustificare tutti quei giorni fuori casa, sperando di guadagnarne sempre uno in più. Come si fa con i minuti d'amore, mentre lei preme con le sue mani per averti e per chiederti di non venire, e anche tu vorresti restare ancora un po' qui. Dentro. E oltre.

La prima forma di libertà che mi viene in mente è sabotare il tempo.

Ho assaporato la materia dell'indipendenza la prima volta che sono andato allo stadio da solo. Non perché non avessi nessuno a controllarmi o a badare a me, bensì soltanto per la possibilità di scegliere da me dove stare e soprattutto fino a quando restare. Non quanto tempo, ma per quanto tempo ancora.
Ricordo bene un episodio. 7 gennaio 2001, Foggia-Acireale: il Foggia non riesce a sfondare il muro alzato dai siciliani, la partita sembra una di quelle destinate allo 0-0 anche a distanza di giorni, e a quei tempi un pareggio in casa non è per niente cosa gradita. Così mio cugino più grande, compagnia essenziale e nume tutelare di quegli anni di stadio, decide irritato per la ritirata: al 90esimo, non vuole neanche vedere il recupero. Non riesco a fargli cambiare idea, probabilmente non ci provo nemmeno. Siamo fuori dalla struttura in pochi passi, e dentro l'auto in un paio di minuti. Via.
All'arrivo a casa sua, e alla tradizionale verifica defaticante dei risultati sul televideo (pratica che resiste indefessa nonostante l'usura tecnologica), tra le righe sparpagliate si legge: FOGGIA-ACIREALE 1-0. Quando avevamo segnato?? Chi, perché, come?? Si scoprì poco dopo che negli ultimi secondi di gara, in una mischia casuale e un po' fallosa, e per questo meravigliosa, il nostro ex bomber Gigi Molino aveva trovato il modo di battere il portiere nemico.
Giurai, quel giorno, che non sarei mai più andato via prima della fine. Capii, nei mesi a seguire, che la fine non sarebbe stata più quella decisa dal fischio dell'arbitro.


Anche per questo, caro ragazzo, anzi bambino, quando ho visto la foto che ti ritraeva solo nel bel mezzo della storica Curva Sud romanista, chissà se per scelta tua o perché maldestramente dimenticato, non ho avvertito la benché minima impressione di sentirti perso.
I tuoi compagni di fila avevano abbandonato il settore per protesta contro la batosta che la Roma stava subendo dalla Fiorentina, mentre una parte dei rimanenti era più in basso e aspettava soltanto che finisse la gara per urlare ai propri giocatori, perché certe volte va fatto, ma chissà se fosse questo il caso, che la maglia va onorata, sempre. Perché una casacca che rappresenta la passione e la storia di una comunità non è proprio la tuta del pilota Ferrari e nemmeno la divisa dello schermidore. È un pensiero non facile, a molti non va giù, ma quando lo senti allora sai di cosa sto parlando.
Ci sono molti modi di rimanere, insomma, e chissà tu a quale di questi fai riferimento. Ma eri lì, e ciò basta a farmi pensare che, nonostante la cocente sconfitta, quella resterà forse la partita più bella della tua vita.

Ci sono molti modi di rimanere, e di andare oltre il tempo che ci si era dati.
Vero Pasquale? Una vita intera appresso al Napoli, e la fatalità di una sola serata per spegnere tutto. A Mosca era freddo, il cuore poteva pure essere preservato per una gara non fondamentale, la qualificazione era quasi in cassaforte, e a qualcuno sarebbe venuto il pensierino di restare a casa. Ma non a te, non a quelli come te, non a chi il tifo lo sa fare solo in questa maniera, oltranzista. "Ultras", non a caso, li chiamano. Io li chiamo generosi. Né buoni, né cattivi. Qualcosa di più. Qualcosa che va, appunto, oltre. E che resta.

martedì 10 marzo 2015

L'oro di perdersi


Mamma, vorrei solo sentirlo, riassaporare il suo tono caldo e vago, ti giuro mamma, non è altro che chiedo, solo quelle parole trascinate sul fondo, lì dove i concetti chiedono di essere chiusi e lui mi affaticava trattenendo attimi al mio spazio di risposta, soltanto un'altra volta il suo "Pronto, Giulia?!", per prendersi il tempo necessario a prepararsi a esordire con "Amore, mi senti?", solamente ancora un'ultima volta quell'intrattenersi teatrale, quelle sillabe sempre equamente divise al suono di "Che ne dici se...?", e poi in realtà aveva già deciso, solo quello, solo l'ansia che potessi dirgli di no, solo quello! Solo sentirlo!

Domani ti arriverà una telefonata.
Sarò io.
Rispondi, ma non parlare.
Dimmi solo dei "sì", decisi, quando mi interrompo e credi di aver capito.
E dei "no", altrettanto chiari, lì dove mi sarò fermato e sarai confusa.

Il bigliettino di Luca, nella sua forma sconclusionata, non lasciava dubbi. L'avrebbe chiamata, per darle l'ennesima opportunità di non scelta, stavolta soltanto un po' più netta. Non posso essere sicura, ma potrebbe trattarsi della solita storia, di quei weekend fuori porta che fanno una volta al mese, e che finanziano con l'oro di battesimo e comunione di Giulia. Ha sciolto e svenduto ormai quasi tutto, e pensa io non me ne sia accorta.
Io, la mamma. Io, che ha messo quell'oro lì dove lei va a prenderlo per disfarsene.
Non mi offende l'idea, né mi scandalizza l'immagine, la scelta o quello che fanno dei soldi ottenuti con quelle cianfrusaglie. Mi spiazza la facilità con cui mi tiene fuori da tutto questo, come se lui fosse il capo da proteggere, e noi il bestiame da ignorare.
Però è a me che lamenta la sua assenza; è con me che si torce le budella per tutte le volte che Luca s'è finto l'uomo della sua vita, prima di sparire uno, due, tre giorni nel nulla di assurde crisi di panico. Povero figlio, ha degli attacchi e non sa cos'è; così sparisce da Giulia, che è molto più matura di lui, e saprebbe pure come prenderlo, ma non sa come dirglielo. Teme di passare ai suoi occhi per il maschio della coppia. Teme di essere più forte.
Povera figlia. Poveri ragazzi. Pensano di essere moderni, ma soffrono paure di cui mia madre avrebbe riso.

- Ciao Giulia. Lo so, ho fatto un patto con te mille volte, mille volte ho rischiato di frantumarlo, e ho promesso ogni volta di non ritornare allo stesso punto. Ti ho detto che avrei preferito deluderti piuttosto che ferirti ancora. Mi hai avvisato che solo su un punto saresti stata intransigente: niente ipocrisia, nessun tentativo. "Fai quello che devi, ma fai quello che credi: noi non stiamo insieme tanto per...!"

- Sì.
- Giulia: se mi ami, domani parti con me! Prendiamo due biglietti, troviamo un volo per una meta a caso, spariamo insieme e stacchiamoci da questi problemi!  Con l'oro che ti resta dei soldi li abbiamo, ricominciamo in un altro posto, tutto da capo! Io ti amo, ma qui non è possibile! I rancori che abbiamo seminato ci stanno divorando, io ho paura di ogni passo: siamo immobilizzati, cazzo!

- No.
- Aspetta, mi spiego meglio: ho detto domani, ma non dev'essere per forza domani. Dico nei prossimi giorni, soltanto che sia il prima possibile...
- No. Adesso non stai capendo tu: ho detto no!
- Aspetta Giulia, lo sai che se non posso perd..
- ..Ecco: non vuoi perdermi, ma non vuoi stare con me. Qui ora. Conserva bene il mio amore. Addio!


Quel "no" era l'unica parola che mi rappresentava ai suoi occhi, in quel momento. Ed è stata la parola che ha ricevuto, ma non come credeva.
Ha provato a fare suo anche il mio rifiuto, a togliermi il diritto di negarmi, concedendomi il "no" per le volte in cui non avrei capito.
Semplicemente, ancora una volta, non voleva che scegliessi; ma stavolta perché aveva paura che avrei scelto di continuare ad amarlo.

giovedì 5 marzo 2015

"Fra Sestri che picchia dodicenni in Villa Rossi". Quando la violenza è un verbo di Facebook


C'è un video che sta girando su Facebook da qualche ora. Dovreste poterlo vedere, è un po' duro e forte, ma niente d'eccessivo. Insomma, a chi non è capitato di assistere a una rissa, o a un pestaggio, anzi, di quelli veri, dove il rumore delle botte fa da sottofondo ritmato alle urla che sputano rabbia e dolore.
Ci sono dei giardini comunali: quelli di Villa Rossi Martini, meglio conosciuta solo come Villa Rossi, a Sestri Ponente. Praticamente Genova, ma non proprio. Comunque Liguria.
C'è lei, quella che le dà. Ha 17 anni, o almeno così è scritto: è tozza, bassa, ha dei tratti marcati e un abbigliamento involontariamente casuale, con dei capelli neri, legati, che seguono ignoranti le mosse della sua testa.
C'è l'altra, che le prende della cosiddetta "santa ragione". Pare sia non più che 12enne: cappotto rosso (forse un Woolrich), blue jeans e stivaletti neri come quei capelli tirati e presi a pedate per i circa due minuti e mezzo di immagini. In faccia, la smorfia, malmenata, di una bambina che si è arresa all'evidenza di voler essere cresciuta troppo in fretta.
Quindi ci sono gli altri, i guardanti e i filmanti, gli spettatori e i tifosi silenziosi o inconsapevoli. Perché chi resta a guardare ha sempre una ragione, e chi non muove un dito lo sa bene dove ha tenuto le mani in quel momento.


Ah no, non è tutto. C'è, infine, il pubblico social. La quinta dimensione dell'esistenza, la profondità accennata che si materializza in lunghezza, perché è da questo metro che si capisce se un post ha fatto successo, scalpore o semplicemente provocato la più terribile delle esigenze: quella di commentare. Di dire che sì, si fa! Oppure no, non si fa!... E partono così le identificazioni di genere ai danni della violenta mini-teppista, condite da tentativi di soluzione (finale).

Puttana.

Ebrea.

Ritardata.

Gesù.

Militare.

Napoli.

Provincia di Foggia (auto-accusa campanilista).

Pericolo D'Urso.


Botta d'ironia.

Allora ci sono cascato anch'io. Non su Facebook, direttamente. Ma qui, ora, scrivendo a un lettore che non c'è, perché non c'è l'obiettivo di questo mio post, e di queste mie parole.
Nel frattempo la Procura di Genova ha pure aperto un'indagine per concorso in lesioni aggravate, partendo appunto dalle immagini arrivate sul social network dopo essere state caricate su Whatsapp da qualcuno che voleva evidentemente vantarsi e godere dello scempio di un pestaggio impari.
Come la stessa autrice, questa giovane, una volta nota come Fra Sestri, che dal momento dell'ascesa 2.0 delle sue prodezze manesche ha capito di aver chiesto troppo persino al suo egoismo in erba, finendo col cancellare il suo profilo e venendo "sostituita" dalla pagina "Fra Sestri che picchia dodicenni in Villa Rossi". Che credo non abbia bisogno di introduzioni di rito.
Si tratta, in ogni caso, di una specie di pagina di denuncia, anche se qualcuno ha avuto più di un dubbio, e in molti hanno pensato di segnalarla per pubblicità o vero e proprio incitamento all'odio. Mentre parecchi altri hanno apprezzato il tentativo di sputtanamento mediatico della scalmanata che si accanisce sulla povera ragazzina come in un picchiaduro.
Nel caos, ecco però creato l'imbuto di indignazione pronto a canalizzare, verso un unico contenitore, la rabbia di chi si è sentito violato e turbato da un episodio che forse avrà giustizia, o forse no, ma che all'atto pratico/comunicativo dimostra come la violenza non sia tanto un modo per risolvere i conflitti, quanto sempre di più una chiave per accedere alle dinamiche di una società disgregata e bisognosa di vendette e punizioni.
Come se chiunque, scrivendo su Facebook, bonificasse personalmente la propria coscienza dal peccato di non essere stato lì, dove una diciassettenne in trance di protagonismo e cattiveria sprecava tutto il suo disagio contro una povera adolescente indifesa, mentre altri ragazzini, spettatori inermi travestiti da incarnazioni social della realtà virtuale, assistevano silenti.
Pronti anch'essi, dopo, a puntare indici. Voci del verbo commentare.

lunedì 2 marzo 2015

La scelta di stare in mezzo alla strada


È importante ricordarsi di morire in tempo, di non andarsene prima che sia troppo presto.
Vestirsi in modo discutibile, e far credere che non sia una cosa voluta.
Girare la testa nei momenti decisivi, e togliere immobilità allo scatto.
Tenere le mani solo nelle proprie tasche.
Non avere paura di proteggersi.
Cantare la rincorsa all'infelicità alzando la voce solo se necessario.
Camminare a testa normale, ché non si ha sempre qualcosa da dire o nascondere.
Giudicare e non temere d'essere giudicati.
Inventarsi una giustificazione per ogni opinione errata.
Accorgersi d'essere al centro dell'attenzione.
Lucidarsi le occhiaie per una nuova giornata di stanchezze.
Mangiare, e imparare a dimenticarsi di avere fame.
Protestare contro i sorrisi falsi e gli alberi abbattuti.
Evitare di nominare chi non dovrebbe esserci, ma rimane.
Desiderare le botte solo quando si sa d'esser capaci di prenderle.
Avere una bandiera di riferimento solo se non cambia strada.
Coprirsi il volto senza smettere di riconoscersi.
Verificare di non aver perso niente.
Essere di parte su se stessi.
Chiedere di poter partecipare al proprio funerale.
E sapere che c'è qualcuno disposto a fare quegli stessi passi.



domenica 8 febbraio 2015

Non si può andare sempre avanti. (O del perché vorrei chiamarmi Fernando)

Manchester rossa, 19-4-2000

Vicino alla fine. Neanche tre metri di campo, che sono quasi come tre ore, o trenta minuti.
L'avversario è alle costole, potrebbe mordere un braccio. Il destro, per la precisione. Ha scelto quella zona, perché solo di là ha senso andare. Dinanzi c'è il limite imposto dalla società, a sinistra il pericoloso mistero della natura sotto forma di altri cannibali a cui sarebbe lecito non offrire il fianco.
Servirebbe un fratello, gemello, che si staccasse dal corpo e andasse via con la palla, nascondendola, e cercando per essa un futuro migliore. Una vera nuova occasione. Una fuga, dalla sagoma nero prestigio. Ora che è possibile solo fermarsi, ora che tutti s'aspettano una presa di posizione. Anche per via di quella fascia al braccio, che stringe il sangue e ne onora la circolazione.
Tocca farsi largo con un'azione di retrovia, sgomberare i vicoli bui, abbattere il muro alle spalle e ritrovare il resto della truppa, che ha perso il suo capo e la rotta.
Gli occhi guardano avanti, le braccia si aprono in avanti, i piedi sono proiettati avanti, il busto è spinto in avanti. Il pallone, come sempre: avanti. Serve un colpo netto che lo spinga via, affinché scappi, superi le linee nemiche e ritrovi il proprio posto nel gioco delle parti, che vuole vederlo tendere verso una delle due porte.
Tacco. Perché occorre il colpo coraggioso, quello con la sfera che sfreccia e fugge indisturbata dal retro, mentre l'essere umano fa da esca e resta fermo a sperare che il piano vada come aveva esattamente progettato che andasse.
L'angolo è stretto, il pensiero è veloce, l'esecuzione perfetta, la gloria eterna: la generosità ha pagato, ora bisogna pensare a dare un senso a tutto quanto il resto.
Ma attenzione: anche la sagoma fugge! L'uomo in nero non è più costretto, è libero! Ha seguito la scia tracciata dal pallone e si è divincolato, ha spezzato le catene della marcatura. Sapeva tutto: aveva guardato alle proprie spalle pur non potendo vedere; aveva capito d'essere egli stesso la sola e unica via d'uscita su cui fare affidamento.
Ed è quindi di una grazia virile ed eccitata che si riscopre piena la sua corsa, mentre raggiunge il cuoio che lo aspetta impaziente sull'erba, pronto a non varcare la linea di fondo.
Perché la palla non sarà mai sola e l'uomo non sarà mai schiavo, finché saranno idee e spirito a guidarli.


È così che nasce il futuro, e Fernando Redondo lo sapeva, quella sera. L'ha sempre saputo.

sabato 27 dicembre 2014

Dite ad Apollonio che la verità è noiosa

Basta, Apollonio!
Basta con questa faccia, quest'espressione con cui tu sembra voglia vendere ogni giorno la felicità che non hai!
La tua ironia non è la benvenuta qui. Anzi, è odiata. Abusata. Rinnegata da chi anche solo una volta ha fatto la cazzata di dire che potevi far ridere, maledetto lui! E quello che non t'ha scritto che sei un povero fallito, è uno che ha sprecato la sua possibilità d'essere utile al mondo.
Sei simpatico come una pietra nella scarpa che potrai togliere solo una volta arrivato a destinazione.

Apollonio non ce ne frega un cazzo dei tuoi nipoti. Hanno l'età, gli spazi tra i denti, la fedina penale e l'innocente stupidità di milioni di bambini. Hanno solo la sfiga di partecipare alla tua esistenza, quindi poverini non sono nati neanche ricchi. Non gliela far ricordare questa infanzia. Cancella foto e post. Regalagli l'anonimato che meritano.

Ma poi: cosa ti ha fatto di male la mediocrità?! Cosa abbiamo fatto di male noi, per essere ricoperti di ogni fottuta briciola del tuo ego che si fa strada?! La tua serata bellissima, la tua conquista fantastica, il tuo panorama, Apollonio, hanno avvinghiato come morsa i miei testicoli, fino a divorarli, fino alla rabbia cieca che non è invidia soltanto per non darti il diritto di crederti meglio di ciò che credi d'essere.

Si può asciugare il sudore dalle foto, Apollonio, o si può proprio evitare di sistemarle in pubblico come fossero autocertificazioni della quotidiana fatica dell'obbligo al divertimento. Non so se lo sai, ma ho chiesto in giro: si può vivere senza mani, se le usi per pubblicare la firma della tua noia.


E invece no. Ci sei anche stasera sul podio della banalità, con questi ritratti di bicchieri, con la tua ragazza e la tua borsa, con tua madre e con il tuo presente presuntuoso, con la differenza fra il credere e il credere di pensare. E con questa mania dell'opinione.

sabato 6 dicembre 2014

Più breve è il respiro, più lungo è l'urlo

05 dicembre 2014

Un urlo. Ho visto la luna, e ho urlato.

Prima ho visto Luana. Alla seconda o terza volta allo stadio a Foggia, lei è salentina, cosa ci facesse nella nostra Curva Nord lo sanno solo lei e il suo ragazzo, foggiano. Anzi, malato. Del Foggia. Non l'ho guardata proprio, l'ho piuttosto usata come scudo: se resti in piedi, vuol dire che non è successo un cazzo.
Prima ancora ho visto Luigi. Che aveva urlato: "Se segnano, mi getto di sotto". Non l'ho mica preso sul serio, ho solamente sperato di ritrovarlo venti metri giù qualche secondo dopo.

Non è successo niente, ed è successo tutto. Cosa vuoi che sia un gol? Prova a toccarmi la braccia e il petto adesso: sono le 3, sono passate quattro ore da quando ho lasciato lo stadio, e tremo. Tremo, sì, i brividi sono comparsate irruenti sui muscoli, gli arti stanno al loro posto per dovere di normalità, ma se potessero, partirebbero.
Sto resistendo, ogni minuto sarebbe buono per urlare il mio godimento, ma resisto. Ho camminato solo per via Arpi, indugiando gli sguardi nelle vetrine vuote e nere, o sotto i lampioni arancioni; ho fissato il pavimento bucherellato e bagnato; ho finto di salutare persone note; e tutto per non urlare, per non divaricare le braccia al cielo e invocare pietà per la mia anima di tifoso meritatamente felice.

Cazzo, quella palla! È entrata lì dove doveva, non un centimetro di più non un di meno. Vista dalla prospettiva del tiratore e del portiere è stata una perla, vista dalla parte del settore è stata una feroce istigazione al delirio.
Immaginate una camera di fogli, sparsi dal vento prepotente soffiato da una finestra spalancata: ecco la curva, subito dopo il rumore sordo della rete, accompagnato solo dall'eco dell'esultanza che aggira la circonferenza degli spalti per aggregarsi alla tua voce. Istericamente entusiasta. Liberata come si libera una scoreggia in campagna, o uno sputo nell'universo.


Impazzire, letteralmente, dall'entusiasmo. Essere sopraffatti dalla verità dell'istinto, spesso scomoda, oggi ineffabile. Un'esplosione devastante. GOOOOOLLLLL!!! Dov'è il Diavolo? Dove sono i santi inquisitori? Dov'è il dolore? Dov'è la tristezza? Tutto in una palla, la multa del nostro desiderio mai appagato è stata strappata. È cancellata.
L'arco disegnato idealmente supera la barriera ed entra nell'angolo, la sincerità del cronometro dice 90esimo, le maglie rossonere sono sparite ad esultare, io sto facendo l'amore con la gravità, ho i piedi per terra e la testa sulle nuvole: Foggia-Lecce 1-0.

Riacquistare la calma è una concessione al senso di realtà, faticosa, forzata, bugiarda. Quanto manca? Non lo so, invento "5 minuti" che si moltiplicano in maniera asfissiante, quasi offensiva. Tanto che in un diametro di questo spazio infinito, un paio di lontane e felici sagome rossonere infilano l'azione del 2-0.
Come? Quando? Perché? Cosa ho fatto di male per meritarmi tutto questo bene?!... Vorrei chiamare, vorrei chiedere, vorrei spiegare, vorrei amare. Sono pure ubriaco, ma non so più se c'entra l'alcool, io ho perso la testa.
Di fronte ci sono quelli forti, ormai campionati luce distanti di noi, nel primo tempo potevano fare tre gol, con un solo giocatore venuto dalla Serie A, Moscardelli. Ora sono come arresi all'evidenza, che dice li stiamo battendo.
Anzi, li abbiamo battuti. Abbiamo vinto. E mi pare quanto di meglio sia mai successo, anche se non so se nella mia storia di uomo o di tifoso rossonero. Perché spesso, infatti, sono la stessa cosa.

martedì 2 dicembre 2014

Quel vento che mi ha spiegato la morte

25 agosto 1994

Un piede dentro casa, poi l'altro, l'ultimo sguardo al cielo, la chiazza nera è alta e allo stesso tempo sempre più vicina, l'aria puzza di polvere bagnata, tiro la corda della serranda avvolgibile.
Che fa un primo scatto, e inizia a chiudersi: l'infermiera vuole meno luce, siamo pur sempre in un reparto di terapia intensiva, attorno è il silenzio, solo una mano nella mano.
La mia, quella sinistra, è qualche centimetro sopra la destra nella presa del cordino della tapparella, ma non tirano, entrambe ferme come me a misurare la potenza del vento dal numero di buste e carte che hanno fatto cono e si rincorrono sempre più vorticosamente sul terrazzo. Un altro scatto verso il basso.
L'avvolgibile si abbassa ancora, ché questa luce sporca e rumorosa fa paura anche a chi finge di dormire. Da quanto è qua non lo ricordo, ma sua sorella le stringe le dita come un guanto. Com'è pallida! Sono tutti pallidi su questo piano, l'assenza spaventa, e anche i pianti restano soffocati e disorientati sotto gli occhi.
I miei si fanno fastidiosi, deve esserci entrato qualcosa. Lo sporco di questa ribellione atmosferica fa tremare le sagome degli oggetti e la mia epidermide, si chiama "pelle d'oca", mezzora fa ero in strada a correre e sudare, ed ora gioco ad aspettare la fine del mondo. E chi l'aveva mai visto questo demonio? Abbasso ancora.
L'avvolgibile scende pure nella camera d'ospedale, è entrato il dottore, "chiudete tutto", la cappa crollata sul cielo di fuori si è presa pure l'aria di dentro. Come è immobile lei, sul letto, quanta vita in quei capelli biondo oro, se si fosse svegliata avrebbe fatto tuonare il palazzo con una risata di felicità, e appresso a lei tutti i familiari ora devastati. Ma non succede, resta il buio.
Quello della mia cucina si fa spettrale: sono le 12e30 e sembrano le 21, quelle di una spiaggia buia con il mare infestato di ombre di nero, e la sabbia che ha deciso di emigrare dal suolo e prendere il volo. La serranda è tutta giù.
Quella della terapia intensiva da un pezzo. Il vento la agita, vorrebbe scardinarla, è chiaro: una donna di questa bellezza in coma è un disonore per il creato. Ave Maria, si prega, ma dal cielo inizia a scendere solo acqua. Nessuno è perfetto.
Neanche il senso di chiudersi in una camera, come sono rinchiuso io in cucina, mentre la città di là si sta aprendo, ed io qua non posso fare niente, perché ho pensieri solo per Lei.

http://www.manganofoggia.it/images/piazze/piazzaitalia14.jpg

Che ha visto alberi abbattersi, raffiche ululare, fulmini martellare, fratelli piangere e figlie maledire.
Zia, quel giorno di agosto, una tromba d'aria, e tu che non hai aperto gli occhi, avete reso tutto più grigio.

lunedì 17 novembre 2014

"Io non sono antirazzista, ma": Tor Sapienza non spiegata a chi non vuole capirla

Venerdì, 14 novembre

Dove finisce la miseria? E dove inizia?

Il sole è alto, colorato e sta scendendo, ma riscalda quest'aria gelida in una Roma che Roma non pensa di poter essere. L'autobus per arrivare qui, partito dalla metro di Ponte Mammolo, in pochi minuti ha già fatto il suo dovere, allestendo una farsa di legalità tra controllori e polizie improvvisate a mietere multe i cui frutti nessuno mangerà mai.

Il biglietto non è valido, chissà da quanti giorni lo usi sto biglietto, ah il biglietto non ce l'hai?, eh ma questo biglietto non è obliterato, quindi non hai i documenti, dai controlla nello zaino, mi spiace te lo giuro guarda fosse per me. Le porte restano chiuse, questo posto è fatto per essere ostaggi.

Scendo, scendiamo, camminando lo spaesamento si fa meno aggressivo, ma resta sempre alle calcagna, l'odore di pneumatici di un gommista mi conforta, profumo di normalità, la strada da fare non è chiara, ma ci sono solo due sensi di marcia: avanti o indietro. Certi luoghi sono costruiti per invitarti a non rimanerci.

Si prosegue. La prima telecamera e il primo microfono, all'uscio di un luogo dismesso e occupato, segnalano la presenza di evento funesto nelle vicinanze proprio come un filotto di auto parcheggiate sul ciglio di una strada provinciale ti dicono che la festa del paese è già iniziata.
Poi arriva una secchiata di acqua colorata e rivitalizzante.


La bellezza non è casuale, sta dov'è bisogno che ci sia.
Le vie che tagliano questo stradone si fanno sempre più strette; i marciapiedi si restringono sempre più, e superarli significa saltare tra montagnette di asfalto buttato lì a caso, sopra le radici di alberi che non conoscono la sportività e, quando possono, si gonfiano come vene a pulsare sui bordi di un pezzo di terra da cui vorrebbero fuggire.
Decidiamo di tornare indietro, il nulla si è fatto troppo nulla, la prospettiva disegna solo una lunga carreggiata. L'idea di essersi persi ci accarezza maliziosamente, soffia vento sempre più fresco, infila docile le mani tra i capelli e ne tira fuori pensieri rassegnati.
Poi la rassegnazione si fa schiaffo: stupidi, che credevate di trovare? Cosa cercate che non avete?


È Tor Sapienza pure questa, mi dico. Anzi, m'arrendo.
Il degrado ha le sue incomprensioni, come la grande scultura finita in una chiesa senza storia o senza nemmeno un pezzo della croce di Cristo.
Lucidamente cambiamo sponda dello stradone, sappiamo di essere più vicini alla meta, abbiamo tre opzioni, fingiamo di vagliarle tutte e tre, poi scegliamo quella di fatto già presa, prima di accorgerci del nome: via della Cicala. Parallela di via della Formica e via della Farfalla. Stiamo andando ad assistere a dell'odio diffuso, ma lo facciamo con stile, e attraversiamo villette di una tranquillità e di un silenzio che mettono paura.
Alla fine della discesa c'è il parco. C'è tanto verde, il sole costruisce il suo ultimo ponte sullo sfondo. L'aria pare sotto anestesia, non fa male, non fa bene.


Poi lo stormo se la dà ad ali levate. Eccola la zona rossa, che poi è una zona nera.
Il benvenuto alla realtà ce lo danno le pattuglie, le troupe della tv subito dopo, e i blindati ancora oltre, con la finanza a chiudere la scenografia.
Si pensa piano per non far rumore, parafrasando un banale Vasco, ma soprattutto per non dare nell'occhio. Qui ultimamente sono tutti stranieri: gli stranieri, i giornalisti, gli italiani che non parteggiano per questa comunità, i politici passati a capire il livello di disumanità, e pure quelli venuti a sciacallare nel calderone mediatico più che in quello locale.
Un'ambulanza va e viene, capi di polizia gestiscono il disordine pubblico, il popolo è in prepartita. Sembrano le mute incomprensibili scene iniziali di un film.


Deve arrivare Marino, Ignazio, il sindaco, o il suo simulacro.
Chi non ha una buona vista, o non è abbastanza alto, il primo cittadino non lo vedrà praticamente mai, infatti. Perché se una prima scorta lo protegge, una seconda, abusiva, scorta lui e la sua scorta in una specie di processione impazzita, attorno a cui ruota la la terza scorta, con gli obiettivi e i microfoni. In mezzo, l'odio, con la gara a chi lo urla meglio, con lo slogan più accattivante e simpatico, contro chiunque, ovunque.


È il disagio. Lo spiegano: la sera qui c'è solo buio, non ci sta niente, quell'impalcatura sta là da cinque anni, i bambini non possono giocare, abbiamo paura, la sporcizia, le bottiglie di birra per terra, le macchine rotte, rubano, si prostituiscono, poi i trans, scopano per strada io li ho filmati, l'iPhone, l'iPad, gli danno pure la ricarica telefonica, 30 euro al giorno, 35 euro al giorno, 40 euro al giorno, non lavorano, non sanno che fare, sono abbandonati, la maggior parte so pure minori, anche se qua i minori non ci sono mai stati, a me dispiace pure, non so tanto loro quanto è piuttosto il campo Rom, io non sono razzista ma.

Ho la testa livida di confusione.
Sono incapace di reagire, chi ha più fegato di me e prova a intavolare un dibattito si trova poi con la mia stessa espressione dal malessere intrappolato.
Sono tre ore e sembra passata una vita; una vita di guerre dove uno dei due nemici non c'è, ma devi fidarti, esiste.
Qui non c'è più spazio, questa è la sintesi. Non c'è più spazio per altro, non c'è più spazio per l'altro. Per uno che anela solo a un'innocente vita tranquilla, ce ne sono nove che quelli lì non li vogliono più, e basta.

Il colore, la razza, la provenienza, la causa: la storia non è più una risposta, la povertà non è più niente.
"Siamo noi i poveri". E allora io sono ricco? Trasecolo. È facile porre le distanze da casa, dal pc, dalla televisione, ma qui il rancore è vivo e brutale, e ti parla non staccandoti mai gli occhi da dosso: "Vieni a vivere qui, e poi vediamo!..."
E pensi però che quel "prova a vivere qui" è lo stesso margine di dubbio che meriterebbero loro, gli altri.
Pensi che i criminali a chilometro zero non siano meglio o peggio di quelli venuti da fuori.
Pensi che non te ne frega niente di quanti soldi gli danno, anche se sai che quella dei 30 euro è un'enorme cazzata in malafede, saranno al massimo 2 o 3 al giorno.
Pensi che loro, gli altri, quando sono partiti, hanno fatto una scelta e la stanno affrontando, nel bene e nel male, e sono vite come la tua, e per questo meritano rispetto.
Pensi, ma quanto ho pensato oggi? È così difficile spiegare che l'odio porta odio?

Perché io non sono anti-razzista,
ma quelli che vorrebbero cacciare gli immigrati mi fanno proprio schifo.

venerdì 31 ottobre 2014

Ma chi l'ha detto che il 4 dicembre 1994 il Foggia ha perso 2-1 a Bari?!


Rai 3. Quelli che il calcio. Anzi, no: da dove parto?
Fabio Fazio. Conduce una delle trasmissioni più viste di quegli anni, calcio e non soltanto, calcio come pretesto per parlare d'altro, ma non troppo, Marino Bartoletti e Carlo Sassi riportano spesso il baraccone al pianeta di riferimento: le partite, i risultati, i gol. Cosa succede sui campi? Oltre a quei pochi eletti in studio con il monitor davanti (dio solo sa quante domeniche ho passato sperando potesse diventare quello il mio lavoro da grande. Non il monitor, l'ospite in studio), a saperlo sono solamente loro due, quelli di Tutto il calcio minuto per minuto, e i tanti fortunati con un posto allo stadio. Lì dove il calcio si fa.

È il 4 dicembre 1994.
Due giorni dopo è San Nicola, come lo stadio di Bari, anch'io mi chiamo Nicola, e odio il Bari. Foggia odia Bari, e viceversa (almeno a quei tempi). Non è una cosa seria, è così e basta. È giusto che sia così. Vicine di terra e anche di classifica, le due pugliesi: 19 il Bari, 17 il Foggia.
Noi abbiamo Mandelli, Bresciani e Kolyvanov, loro Tovalieri, Protti e Gerson. Loro sono più forti. A noi ci allena Enrico Catuzzi, buonanima, è morto nel 2006 per un infarto, sessantenne, da giocatore era stato tanto nel Bari, a inizio stagione è stato chiamato a raccogliere la pericolosa eredità di Zeman, anzi di Zemanlandia, il culto della vittoria a ogni costo, anche quello di perdere, e spesso, in maniera assurda, nel delirio da onnipotenza e irresponsabilità di chi non ha mete o obiettivi da raggiungere.

Insieme al sindaco di Bari, Memola, c'è Vincenzo Matarrese, presidente del Bari e fratello di Antonio, quello con gli occhiali che comanda tutto e che ha fatto fare l'astronave, la finale per il terzo posto di Italia '90 e la finale di Coppa dei Campioni a Bari.
Per il Foggia c'è l'avvocato Buonomo, credo, non vedo l'avvocato Giacinto Pelosi, che sarebbe il presidente, e sicuramente non c'è Pasquale Casillo, l'ex capo napoletano pieno di soldi e brutte amicizie, arrestato ad aprile per mafia, concorso esterno (e finito assolto).
Tante facce, chiuse dentro cappottoni, la tribuna è piena, le curve pure, in quella del Bari c'è una bandiera con la croce celtica, in quella del Foggia pure, lo stadio fa rumore, entrano le sacre maglie, biancorossa con scritta Wuber loro, asciutta rossonera con orribile disegno Snips noi, i soliti bigliettini bianchi stile campionato argentino sporcano un manto erboso, quello di Bari, che ha sempre fatto schifo.

Segna subito Tovalieri (e chi, sennò? Quella stagione ne farà 17), i bastardi fanno quel maledetto trenino, cazzo come lo ho odiato quel trenino; a primo tempo finito, come un fulmine di sereno in un cielo di merda, Gigi Di Biagio sgancia un siluro talmente bello che in tribuna, tra i baresi, scoppiano persino a esultare i pochi intrusi foggiani tra cui Pino Autunno, figura mitologica a metà tra un addetto stampa e un imbucato alla festa. Le telecamere riprendono pure una vecchia signora di cui non ricordo il nome, tifosa del Foggia, che dio l'abbia in gloria!

Nel settore stampa c'è pure Everardo Dalla Noce, vecchia voce del giornalismo economico, che racconta a Fazio del gol di tale "San Biagio", poi in studio mettono la voce di Radio 1, Enzo Foglianese, che racconta per bene il pareggio, 1-1: inquadrano un tizio, non so chi sia, ha in mano una sciarpa. "FORZA FOGGIA".
Questa storia finisce così.


Anche se dopo, nell'intervallo, ai microfoni dell'uomo del tg regionale Catapano c'è il Matarrese scemo che scherza col sindaco di Bari, che dice "Vinceremo! Ma non è uno slogan politico", (perché era socialista lui..), poi il Foggia prende una traversa, poi c'è un ex giocatore del Bari che dice che il Bari meriterebbe, e poi quello stronzo dell'arbitro Nicchi che dà un rigore al Bari ma Gautieri (credo) se lo fa parare dal mio mitico Franco Mancini.

E io esulto. Dai! Sono passati diciassette anni, Franco nostro non c'è più, un infarto s'è preso troppo presto anche lui nel marzo 2012, ma io esulto ancora, pure se qualche minuto più tardi quel barese di merda di Lorenzo Amoruso segna il 2-1, e lo dice anche Everardo Dalla Noce a Fazio, e il derby se lo prendono loro, e a fine stagione retrocediamo pure, e in Serie A non ci siamo più tornati.
Ma per me è come se fosse ieri, anzi, come se fosse adesso. Mi basta leggere "FORZA FOGGIA".
Questa storia finisce e inizia così.