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mercoledì 9 ottobre 2013

La costruzione di un crollo




Non ti chiamerò stasera, non sciuperò il tuo nome.
Ripasserò ancora la lingua agli angoli della bocca per prendere tempo, e mi guarderò le ginocchia accavallate uno spasmo sopra l'altro, fingendo che sia il mondo a tremare e non io.
E se cadrà un bicchiere dalle mani, sarà stato un suicidio.
Non avrò modo di ascoltare il mio dolore, perché dovrò viverlo. Rimbalzerò con le lenti tra il soffitto e il battiscopa, aiutandomi con i vetri e gli stipiti delle porte, e socchiuderò le palpebre per credere in un sogno troppo brutto per non essere vero, di quelli che ti risvegli senza fiato, con un lembo di lenzuolo stretto tra le dita tirate, e l'imprecisione della notte che ti scherza con i suoi demoni nascosti sotto al letto.
Arriverà un momento in cui sarò costretto a mordermi un pugno, a cercare con i denti le nocche per sentirmi un po' della mia carne che è anche la tua.
Batterò pochi respiri ma profondi, riempiendo al massimo la cassa toracica per poi liberare lentamente l'aria dal naso, chiedendole di trascinare i suoi giorni da qualche altra parte.
Ruberò ancora minuti alla consapevolezza, e con essi tutti i secondi che potrò, con qualsiasi mezzo, con ogni ricordo, avvinghiandomi all'imprevedibile meschinità dei colpi bassi, che iniziano a fare male solo dopo che si è frantumato lo stato di immacolata incredulità.
Sarà in quell'attimo beato di distrazione fatale che mi schianterò nel tuo viso, e con la schiena dritta ed il collo fermo sul tronco scoppierò, ad occhi aperti, come un pallone rigonfio di pianto.
Ma non ti chiamerò stasera, terrò il tuo nome tra le labbra.
Per non sciuparlo.
Per gridarlo forte quando tornerai.


lunedì 29 luglio 2013

Se spegni la luce ci vedo meglio (Un dialogo impossibile)




 - Che non è normale parlare a una stella lo sapevo io prima di te!
 - E allora perché mi hai chiamato?
 - Perché non avresti dovuto rispondere.
 - Strana idea la tua: mi chiami, mi appelli, mi fissi, e poi io non dovrei rispondere?!
 - Ma tu sei una stella, un astro, un cazzo di corpo celeste messo per stare lì a mortificare la nostra ridicola e frantumata esistenza.
 - Quindi tu in tutti questi anni hai guardato le stelle solo, diciamo, per autocompiacerti di questa infinita piccolezza? Di questa mediocre capacità di condizionare la tua vita?
 - Forse, ma era un mio diritto. Anzi lo è. Vegliate per anni sulla nostra esistenza dettando i ritmi di nascite e morti, il minimo che possiate fare è accettare di essere sparring partner di serate in cui la testa non sa fare altro che volgersi al cielo in cerca di innocenti finzioni.
 - Davvero pensi questo? Contenti voi..
 - Sei una stella lucida e accecante, ma hai dei bagliori di maleducazione che ti renderebbero invisa anche alla più sconfortata delle notti. Quella in cui il sonno, più che un bisogno, è un faccendiere cinico che sbriga prima i suoi affari e soltanto dopo arriva a te, alla tua fame di pace e silenzi.
 - Eppure sono fondamentale, continuo ad essere sfondo esemplare di sogni e perversioni, di immensi piaceri e acute maledizioni. Tu vedi nascere me, ma io vedo morire te e il tuo giorno.
 - Vorrei restare sveglio tutta la notte per sfidarti verbalmente, per dichiarare guerra una volte per tutte alla prepotente bellezza con cui illumini e giudichi, permetti e condanni.
Ma ho una notte da affrontare, e so che restando intrappolato in questo futile e inventato discorso finirei di nuovo a fare la figura del vigliacco schiavo della parola, che resta a imbastire dialettiche ma non si sporca le mani con il sognato, con l'imprevedibilità del sonno armato.
Invece adesso mi spengo, mollo tutto, e ti mostro che non ho paura degli occhi chiusi. Mi basta sapere quello che voglio.


martedì 8 gennaio 2013

Il tonto alla rovescia



Voglio camminarti sul soffitto di casa. A testa in giù.
Per guardarti negli occhi con il sangue al cervello, per lasciare le mie impronte sopra di te così che alzando gli occhi tu possa guardarle come stelle di un cielo umano, imperfetto ma vicino. Vissuto.
Voglio marciare su quanto hai di più bianco, voglio sporcare l'apice della tua casa e di ogni tua giornata, voglio essere la tua fine del mondo.
Per alimentare la tua rabbia, spolverare il tuo lampadario e controllare se hai problemi di calvizie. Per essere satellite delle tue ingiurie e lasciarti così bestemmiare in santa pace, senza la minima paura del peccato.
Voglio mistificare la tua realtà vibrando al contrario nell'aria che respiri, voglio assorbire i cattivi odori e restare a godermi le scie dei profumi quando te ne vai.
Per metterti sotto pressione e farti sentire osservata, per aiutarti a scappare e poi venire a riprenderti.
Voglio distruggere le ragnatele agli angoli, le macchie più irraggiungibili ed ogni sospetto di abbandono e desolazione. Ogni segnale di resa.
Per aprire spiragli dove far passare le tue preghiere, e lucidare punti su cui far brillare i desideri.
Vorrei guardare gli occhi chiudersi, e colorare il tuo buio.
Per essere circondato dai tuoi sogni, accompagnarli, ricordarli per te e farmi da parte al risveglio.
Vorrei iniziare dove finiscono i tuoi pensieri.
Per esserci sempre, come una metà. Come il sonno e la notte.
Vorrei camminarti sul soffitto di casa. A testa in giù, per sorprenderti.
Per imitare la tua vita al contrario.
E per cadere nella tua scollatura.



sabato 15 settembre 2012

La dieta di immagini


Me ne stavo quasi dimenticando, ma per fortuna la realtà riesce sempre a toccarti nei punti giusti, infilando le sue mani dove nemmeno immagineresti, riscoprendo zone in cui la coscienza si fa incesto. Senza violenza. Il senso d'eccitazione è vero, acuto e pungente, come un piede nell'acqua fredda al risveglio.
Tra le dita scivola un anello che ieri non avevo, e che domani avrò perso di nuovo. In mezzo ci sta tutto l'equilibrio che serve per tenerlo tra il polpastrello e l'unghia anche solo per un minuto. Figurarsi un'ora, un giorno o una vita.
Dentro il tubo dell'aria che collega il mio stomaco al mondo, l'ossigeno fatica a salire, bloccato dalle parole che riscendono in senso contrario, riflusso gastrico di discorsi mai troppo digeriti. In fondo c'è un motivo se non si parla quando si mangia. E se si respira quando si ascolta.
Un soffio dopo l'altro, l'anima si sgonfia e comincia a prendere quota verso l'alto, per iniziare a danzare sulle note di un sogno di musica, agitandosi tra le foschie come fossero colonne di un locale a cielo aperto. Buio e interminabile. Abbiamo qualcosa in comune con gli astronauti: entrambi galleggiamo a causa della pressione.
Mi risveglio a terra con le gambe stanche, come se avessi fatto spinning tra le nuvole con una cesta di sogni sulle spalle. Sono steso e schiudo le palpebre, alzo appena il collo per vedere se è cambiata la disposizione delle cose dall'ultima volta che le ho viste. In effetti si: il sole è caduto; e ciò che è venuto dopo ha bagnato tutto di freddo e grigio.
Ma succede sempre, ogni volta che chiudo gli occhi per decidere cosa guardare.



lunedì 7 maggio 2012

Sul fianco degli imputati



Giorgio mi guarda. Io intanto continuo a scrivere, batto le dita sulla tastiera come un dovere eterno, come è per l'uomo respirare, fingere e cacare.
Mi guarda e lascia passare malinconia come un fazzoletto infinito tirato dalla manica di un prestigiatore. E' un gioco perfetto, perché è serio. I giochi seri sono i migliori, si ripetono all'infinito, sempre con la stessa austera soddisfazione di finitezza.
Traccia un segno sulla polvere e si diverte a fare scritte che rileggerò tra un anno con la voglia di ricordarmi quanto fossero vere, o false, vicine o lontane. Un altro bel gioco: indovina il passato. Che strazio di esseri umani che siamo quando abusiamo delle nostre facoltà di intendere e di volere! Nati con la condanna al desiderio.
Ho saputo che i vizi possono durare anche una sola notte, meno di 5 o 6 ore, il tempo che cambi la luce e con essa la nostra forza. Giorgio mi ha tradito, ma è tornato subito a bruciare di umile amicizia. Con la stessa energia che di solito mette nell'aprire quei barattoli chiusi dalla mano di un'inquisizione mai morta.
Siamo figli del sonno come della consuetudine, la marea sbatte su di noi e noi, ottusi, cambiamo solo posizione. Poi guardiamo il cielo stellato come un portachiavi con cui aprire le serrature della follia di domani, scegliamo il lato su cui cadere che di solito è sempre il sinistro, e aspettiamo l'alba. Al freddo, al muto, al vero.
Oh se esistesse un sogno di meraviglia potrebbe essere solo quello di crescere fino a toccare il buio, stringerlo tra le mani e accartocciarlo, per riprendersi il giorno come una fotocopia mal riuscita.
Ma io non sono un braccio, né un gigante, non sono un sogno, né una bionda chiara: sono la ditta delle pulizie della mia testa. Sono lo spalaneve senza sale. Sono solo quello che Giorgio sta guardando mentre aspetta che io lo rimetta al suo posto.
Qui, alla destra dei miei appunti.



martedì 24 aprile 2012

Anatomia di un'indocile attesa


Sempre meno, siamo sempre meno.
Oggi ho tratto il dado della mia condanna: continuerò. Mi piace il verbo e mi piace la sua coniugazione, quel futuro semplice che parte pianura ("con"), diventa discesa ("tinu"), e poi da giù giù tocca il fondo e riparte verso l'alto puntando un appiglio sul muro ("erò"), dove magari potrò appenderci le mie maledizioni.
Siamo in otto e tutti ed otto abbiamo tatuato sul cuore la religione nostra unica santa: la coerenza.
Il mio signore della coerenza non mi indica la strada, mi dice solo di andare sempre dritto, ed io lo amo per questo. Anche se non è che lo amo proprio, però sono coerente e me lo tengo. Non voglio più cambiare le mie immagini divine, sul cuore non ho poi tantissimo spazio. Ormai.
Vedo quattro persone, stiamo diminuendo, ma teniamo duro.
Ecco questa è l'età dorata migliore in cui potessi vivere. Perché c'è abbondanza di tutto, sguardi a getto continuo che neanche se piovesse liquido amniotico su di un feto, luce da tutte le parti come l'aria che passa in una maglia piena di buchi che vorresti allargare e strappare perché non hanno senso di esistere così piccoli, sogni in ogni piega del corpo. Niente che non vuoi, tanto che non sei.
Ora c'è qui accanto a me uno ed uno soltanto. La soddisfazione, abbiamo resistito, a testa alta.
Le parole ci hanno aiutato, ci hanno aiutato sia quelle originali che quelle false, sia quelle banali che quelle piene di spirito, grondanti immagini, sensazioni goccia dopo goccia. Si, c'è una novità, non posso non dirla: ho deciso di rimandare la fine di questo capoverso. Resisterà ancora per un altro rigo, un rigo fatto di diamanti neri scavati dentro una lastra di bianca insonnia e pazienza.
Sono arrivato al nuovo capoverso, ma non c'è più nessuno.
Ho confinato alla fine tutte quelle voglie che hanno dettato i ritmi di questa breve resistenza, accovacciato su una sedia, convinto ad aspettare l'ennesima promessa che mi sono fatto: rileggermi, almeno un'altra volta. E ringraziarmi.



martedì 17 aprile 2012

L'ora in cui non c'é più niente da scoprire

Ho 18 minuti per scrivere una serie di righe sensate, belle, interessanti e magari anche divertenti.
Per scrivere di quello che mi passa davanti agli occhi mentre sento di avere paura, e insieme freddo, con un pizzico di fame, ma senza avere la febbre.
E quando mi guardo le mani vedo che tremano, alla ricerca delle parole giuste. Come se esistessero.
Ho 17 minuti, e le parole perdono di senso davanti al tempo che mi sbatte davanti alla faccia due o tre albe di fila.
Io non trovo nulla di buono nei consigli, mi inchino alla loro inutilità. E' come usare il libretto d'istruzioni di un forno per il videoregistratore.
Ed è come usare il videoregistratore, che ormai esiste solo nell'anima. Se ce l'hai un'anima.
Ho 14 minuti, mi fa male la spalla, vorrei un massaggio di dolci polpastrelli nella carne. Ma non posso chiedere, né pretendere, né desiderare.
Così cerco, me l'ha detto l'universo che posso cercare. Ma se mi azzardo a cercare un senso, l'universo ha detto che mi soffoca con le sue mani fino a farmi perdere la perfezione di madre natura creatrice.
Ho 11 minuti e non voglio smettere di scrivere.
Come se potessi smettere, come se fossi libero di disintossicarmi dalle mie parole solo non scrivendole.
A quest'ora i colori parlano un'altra lingua, le orecchie ballano sulle note di una fisarmonica continua di sonno misto a tasti di lucida preoccupazione per la mattina di domani.
Non sto bene, ma se mi lamento sto peggio. Questo sono io, dottore mi dia una medicina che puzzi e sia indigesta così mi leccherò i baffi al prossimo pranzo.
Si dottore, stia tranquillo non abuso della sua pazienza, ma solo della mia profonda sensibilità.
Ho 3 minuti, non mi bastano. Sono un filo appeso in casa che vuole essere soffiato, per dondolare e per tornare alla fine sempre allo stesso posto.
E' tutto così dannatamente finto che mi sono innamorato di colpo, arreso in un mondo sgraziato.
Ho finito i minuti, ciao capo. Questo è il mio domani, ultimo dei giorni di ieri.