domenica 11 ottobre 2026

L'uomo che è morto due volte

 

Perché c'è un tempo per tutto, perché ci sono due foto.

In una l'uomo guarda a sinistra, quasi in basso, come ad invogliare anche noi a guardare lì. Verso un'ulteriore fila di morti, compagni e compagne di viaggio, tra chi arriva e chi va, anche se in realtà sono già tutti andati.
Le date oscillano, il presente scarseggia, il passato è un campionario di rimandi e ricorrenze, di link con l'ultraterreno. Questa aveva diciott'anni, ma sembra più vecchia di come ero io quand'ero diciottenne. Com'ero io quand'ero diciottenne? Quest'altra è nata dieci giorni prima dell'anniversario di matrimonio dei miei, ma quarant'anni prima.
Appunti inutili, mentre l'uomo guarda sempre in basso, e più in basso c'è solo la terra, che ormai è sazia e di altri corpi non ne vuole. Ogni tanto la rimescolano e i corpi si danno il cambio, sempre da morti, perché qualcuno ha comprato un posto ai piani alti. Tanto di cappella, che ridere. Ma l'uomo che guarda in basso non ride, eppure potrebbe, l'hanno fotografato da vivo mica da morto? Forse pure da vivo rideva poco, a sprazzi, come gli adulti di tempo, che li dovevi scalfire più che divertire, perché avevano visto la fame o perché avevano paura di riconoscerla.
C'è un fiore alla sua destra, è vicino ad appassire però continua a fare il proprio dovere, ossia a fargli compagnia, la più semplice e la più cara, quella di chi sta nonostante tutto.
Perché l'uomo morto non è solo un uomo e non è solo, ma è decine o centinaia di lacrime, qualche sogno e varie speranze lasciate come debito a chi lo va a salutare, mentre lui guarda in basso, e non ricambia mai.

Nell'altra foto il morto è dimenticato. Non perché abbia dimenticato di essere morto, quello lo ricorda bene, ma perché nessuno glielo chiede più e lui non può dirlo a nessuno, appunto.
Qui guarda davanti, però la posizione del volto è la stessa della prima foto. All'apparenza non lo si nota nemmeno, per farci caso bisogna fare un passo in avanti, come davanti all'opera incompresa. come è poi la morte. L'uomo è al centro, equidistante dai due confini del corridoio, risoluto, fermo, manco a dirlo. Dietro di me una visitatrice si lascia scappare una risata, come se m'avesse letto nel pensiero; d'altronde qui è tutto un stare nelle vite degli altri, quelle andate e quelle rimaste.
Ora sono così vicino alla foto dell'uomo, che posso guardargli i peli del naso, o perlomeno sbirciare nella smorfia disegnata dall'incastro tra gote e mento. Pare sereno, fiducioso, ma è un'espressione capace di nascondere altro, potrebbe dire tutto o niente. Adesso - in particolare - propende per il niente.
Intanto è passata un'ora. Il vento che prima soffiava forte fuori dalla finestra di destra, ora è diventato un sole tiepido a sinistra.
Vorrei che fosse una metafora, invece è semplicemente la vita. Anche quella dei morti cercati dai vivi.