giovedì 17 ottobre 2024

L'unica promessa possibile

 

Niente più dubbi. Niente più.

Niente più prime volte, niente più sudore, niente pelle d'oca, niente più paure, niente più timidezze o turbamenti da nascondere con un lucido sorriso strafottente.
Niente più abbracci camerateschi, niente bonari calci in culo, niente schiaffi sulla nuca a tradimento. Niente più scommesse perse o quasi vinte, niente sensi di colpa, nessun rammarico o peccato.

Niente più pagine da leggere, libri da studiare, esami da cannare, strade sbagliate da cui rientrare.
Niente più calendari né feste comandate, niente più impegni, scadenze o traguardi.
Niente più da imparare, niente di nuovo da scoprire, niente da condannare, niente da colpire.

Niente più bugie, neanche a fin di bene.
Niente più drammi né cuori spezzati, niente più rifiuti, niente attrazioni, nessuna testa da perdere.

Niente più gradoni, niente chilometri, niente più seggiolini scadenti o scoloriti, niente più palcoscenici inattesi che tolgono il fiato.
Niente più bandiere, braccia alzate, gole stanche, felpe fradicie e maleodoranti, niente canti trascinati e cori secchi.
Niente più gioie minime, annate mediocri e cocenti delusioni.
Niente più inferni o purgatori.
Niente più boati e, solo per voi e per la vostra ansia di vivere stappata via troppo presto, niente più rivali.

Per noi, qui, niente più scuse o passi indietro: chi tifa Foggia dovrà farlo più forte, dovrà farlo per voi.





sabato 17 giugno 2023

Quando il buio si avvicina

Al solo pensiero di potermici riavvicinare, la puzza di vecchio, di chiuso, di stantio mi ha assalito le narici come un gatto sbucato dal buio all'improvviso.
Cosa ci fosse qui dentro, iniziavo a non ricordarlo più nemmeno io.
Tanti anni fa ci venivo a lasciare scatoloni di paure, timidezze, illusioni, convinzioni finite imballate e nascoste per trovargli un riparo dalla polvere del tempo che passa e smaterializza. Dissacra. Sminuisce.

Chi ero io? Chi eri tu? In questi contenitori ci sono ammassate così tante possibili personalità, che sembra davvero improbabile poterne trovare una reale. E si finisce come a sfogliare i vecchi album di fotografie, o Wikipedia, o YouTube: perché sono venuto qui? Cosa stavo cercando? Chi stavo cercando?

Se chiudo gli occhi, però - tanto qui sono così solo da sentirmi al sicuro - riesco quasi a ricostruire un buon numero di quelle notti salvate da questo stanzone, e dall'ingenua pretesa di riempirlo per fare ordine o per darmi un tono davanti al grigio orizzonte di un domani che avrei voluto divorare ma nello stesso tempo rinviare all'infinito. Sempre fuori tempo io e lui, come gli autobus di Roma e chi li aspetta, come il piede d'appoggio dei vecchi e le scale mobili. Con la regia di una musica fidata a dettare i ritmi, luci sempre le stesse e pochi oggetti di scena.

Una recita, anzi un monologo. Qualche spettatore, dalle poche finestrelle in cui capitava di avvertire occhi interessati - anche loro sempre gli stessi -, comunque abbastanza per scatenare insieme accenni d'ansia di prestazione e lampi di senso di responsabilità. Vediamo come metti a posto. Vediamo che ti inventi stasera.
A metà del lavoro, puntualmente, ero bloccato senza aver combinato granché, e rinnegavo quella scelta, quel luogo, gli ultimi 5 anni di vita, l'alfabetizzazione, insomma me stesso. Poi, scavallato il punto più alto di crisi, iniziando a intravedere come in un miraggio le vicine e sicure sponde del fallimento, sentivo la pressione scivolarmi via dal corpo, sciogliendomi in movimenti agili e ripetuti, osavo, azzardando acceleravo, mi perdevo eppure ritrovavo sempre la via, o più verosimilmente, accorgendomi di non avere altro sbocco che un campo desolato, ci piazzavo le mie cose e la chiamavo destinazione.

Nonostante tutto, ogni finale mi pareva l'impresa più credibile mai compiuta nella vita.

Questo ho fatto stasera. Ho aperto, ho sfilato le ragnatele, ho puntato dritto a un paio di scatoloni. Aprendoli e rovesciando tutto fuori.
Sarà poco, saranno soltanto parole. 
Non sono mai la soluzione, ma se ce n'è una - per me - è da quei binari che passa.



domenica 31 gennaio 2021

In Australia anche i laghi uccidono

- Ma hai visto quanta neve?!
- Non mi frega un cazzo, ti ho detto!
- Ho freddo.
- Anch'io, porco questo mondo e quello che verrà dopo, anch'io! Cosa credi?
- Eh ma non lo dici mai.
- Oh mio Signore! Tremo, non lo vedi, sto tremando, ecco perché non lo dico!
- Devi essere uno di quelli che le cose è meglio non dirle perché poi ci pensi e fanno più paura.
- Sì, cazzo, sì! L'hai capito finalmente.
- Eh ma non funziona così.
- Così come? Che significa?
- Non è che non parlare di una cosa te la fa dimenticare.
- Ma tu chi cazzo sei? Cosa vuoi? Siamo solo capitati nella stessa fila per una tazza di brodaglia!
- Non lo capisco perché tu non vuoi parlare con me.
- Parlare di cosa?
- Di tutto, di niente. Della neve. Hai visto la neve? Mai vista una neve del genere.
- Tu devi essere pazzo: non c'è altra spiegazione! Mio Signore mi stai punendo più di tutti gli errori che avrei potuto compiere in una vita. Morirò assiderato in questa prigione che non ha nome, in mezzo a una folla di disperati, e sto passando le mie ultime ore con un folle.
- Posso raccontarti una storia? Ti piacerà, giuro.
- Fa un freddo cane, ho voglia di piangere e non lo faccio solo perché ho paura di gelarmi il volto con le lacrime. Sono stanco. Non mi piaci. Racconta quella che vuoi.
- Hai presente quel proverbio "paese che vai, pericoli che trovi"?
- Sì, e sono abbastanza sicuro che non è come l'hai appena detto.
- Ok, non conta. Senti: mio cugino viveva in Australia qualche anno fa, un giorno che ci scambiavamo dei messaggi mi manda in chat la foto di questo lago rosso, non me lo ricordo il nome di questo lago ma si trova in un'isola australiana ed è rosso come il sangue, non scherzo, c'è questa foto dall'alto che fa impressione, attorno c'è tutto il verde degli alberi e in mezzo questo lago rosso, sembra la ferita di una foresta sanguinante, dicono che non puoi entrarci perché si mischia con il tuo sangue e lo fa più salato, muori in meno di un mese, ti circola un lago nelle vene, capisci, qualcosa di mostruoso, dentro non c'è nemmeno un pesce, neanche il più maledetto, solo gli scienziati si sono ingegnati in qualche modo che prelevare un po' d'acqua e metterla in un contenitore trasparente: è diventato tutto rosso!
- Ovvio, se il contenitore era trasparente e l'acqua è rossa.
- Ecco, non è importante. Questo lago non si può visitare, tutta l'isola in realtà non si può visitare, solo dall'alto, in elicottero, sai che effetto deve fare, guardare l'oceano blu e in mezzo un cerchio verde con al centro questa forma strana tutta rossa, che non penseresti mai è un lago, sembra una lingua, una lingua di sangue.
- Un lago rosso?
- Un lago rosso! Non potevo crederci, ma giuro che è vero.
- Dai... Finalmente tocca a noi, forse riusciamo a mangiare qualcosa.
- Certo fa davvero freddo qui.
- Già. Si congela. Comunque no, io una neve così non l'ho mai vista.

giovedì 28 maggio 2020

Lettera aggiornata di Luigi Pinto allo Stato.

Salve. Ho 71 anni e mi chiamo Luigi.

Sono alto, abbastanza, e i capelli ormai mi si sono quasi tutti imbianchiti. Però li porto bene, sono lunghi il giusto.
E ad Ada piacciono. Ah si, scusate, non vi ho presentato Ada: è mia moglie, siamo sposati da 47 anni, e 47 anni sono tanti se tutte le albe e tutti i tramonti portano lo stesso sentimento. Voi non potete immaginare quanto è bello sapere di esserci. Io la vedo lì, ogni giorno, da quando avevo poco più di vent'anni, ed ogni giorno noto in lei qualcosa che il giorno prima non immaginavo. Ieri, ad esempio, l'ho vista uscire di casa e ho registrato che, per arrivare all'uscio, passa in mezzo ai due specchi dell'ingresso guardando sempre prima quello di destra e poi quello di sinistra. Sempre.
Niente di eccezionale, note a margine per gente che si ama. Non potrà mai stupirvi un dettaglio simile se lei, le sue mani, la sua bocca non fossero l'unica cosa che cercate da quando avete memoria dell'esistenza della donna. Ringrazio il destino che me l'ha fatta conoscere, e che mi ha permesso di amarla, finora.

Sono andato via dalla mia città, da Foggia, dopo il diploma. Triste di dover lasciare la mia famiglia e la mia casa, ma quando sei nato in una famiglia proletaria e vuoi soddisfare certi bisogni o solo stare al mondo, beh, la strada è segnata. Serve un lavoro, per essere indipendenti. Così di mestieri ne ho fatti tanti: operaio in uno zuccherificio, minatore in Sardegna, quindi impegno e buona sorte mi hanno portato la prima cattedra in applicazioni tecniche presso una scuola media di Rovigo.
Ho girato tanto, davvero. Dopo Rovigo, sono partito per un istituto di Ostiglia, in provincia di Mantova. Mi ricordo la centrale termoelettrica, con quelle torrette disturbanti: enormi caramelle gommose piazzate a svettare su un paesaggio dolcemente anonimo.

Quindi mi hanno trasferito a Siviano, una frazione del comune di Monte Isola, in provincia di Brescia. Si affaccia sul lago d'Iseo. Un posto bellissimo. Come avrei potuto non restare qui? L'umidità non dà tregua, questo è vero. D'inverno il freddo è pungente come una fitta continua, e d'estate l'afa ti pianta un mantello sulla pelle come se volesse rapirti. Ma le viuzze strette in salita, dove non riesci nemmeno a ipotizzare la strada che avrai davanti dieci metri dopo, le scale piene di persone variamente operose, e poi quelle pietre che stanno bene su tutto, sempre uguali, sempre le stesse, che quasi ormai me le ricordo una per una: tutto qui mi è familiare, vicino.

Amo mia moglie, mia figlia, questo paesino, i miei problemi. C'è molto che non va, ma non lo dirò a voi. Piuttosto che lamentarmi preferisco urlare, per quel che posso alla mia età.
Ero, sono e morirò antifascista. Non voto il Pd, non mi merita. Come non ho mai desiderato di avere a che fare con i populisti, con chiunque blaterasse solo di "casta", di Berlusconi, di corrotti e di quell'eterno ricorso alla legalità che puzza di fascismo latente. Io sono di sinistra. E non scelgo nessuno, adesso non ce la faccio.
Spero che le cose cambino, spero che ai ragazzi venga data la possibilità di dimostrare il proprio valore. Spero che possano avere una storia simile alla mia.
Che poi non è proprio la mia, ma quella che avrei voluto, o forse anche solamente potuto avere. Una delle tante, se solo il 28 maggio di quarantasei anni fa, a Brescia, in piazza della Loggia, durante un comizio antifascista, non fossi saltato in aria. Avevo 25 anni.

Quasi tre anni fa ho scoperto che della mia morte, e di quella di altre sette persone, hanno colpa Carlo Maria Maggi e Maurizio Tramonte. Neofascisti, non ex di Ordine nuovo - perché di essere quella roba là non si smette mai. Non è tutto, però. In realtà ci sarebbero altri responsabili, ma è ormai impossibile individuarli: sono morti loro, o è morto chi avrebbe potuto dimostrarne la connessione all'attentato.
La sentenza parla infatti di 
«intrecci che hanno connotato la mala-vita, anche istituzionale, dell'epoca delle bombe». E poi parla di «opera sotterranea», di «coacervo di forze». Non ci vuole una mente geniale o complottista per capire che tra le strutture di governo qualcuno conoscesse, permettesse e indirizzasse le attività stragiste. Non serve attendere il disvelamento dei segreti, basta esserci morti dentro.
Ma questo qualcuno è ormai nessuno. E se nessuno ha ordinato o lasciato innescare quell'ordigno, significa che quell'ordigno non è mai esploso. Significa non c'è stato alcun attentato. Significa che non ci sono assassini e quindi che non esistono nemmeno i morti. Allora sono vivo. Si, sono vivo.

Grazie democrazia, grazie mio amato Stato: è solo merito vostro se posso dirmi resuscitato.

Tuo,

Luigi Pinto.


(Post pubblicato per la prima volta ad aprile 2012. Modificato, in parte, oggi 28 maggio 2020.)

mercoledì 18 marzo 2020

Se fine deve essere


Per ogni fatto che sconvolge la nostra esistenza, ce ne sono almeno due più gravi.


Il camice non va. Troppo stretto, soprattutto di maniche, e non va molto oltre al di qua del gomito. Per fortuna siamo in casa, non dobbiamo assistere nessuno e nessuno può vederci. L'importante è riuscire ad indossarlo per qualche minuto affacciati alla finestra, il tempo necessario ad una canzone corale e a degli applausi. Sentiti. Strepitanti di pena.
Ché non lo sappiamo mica come si esce da questa storia maledetta. Vediamo i morti ed abbiamo paura; cioè non è che li vediamo, li contiamo; insomma non è che li contiamo davvero, non potremmo mai, quindi ci fidiamo. L'ansia ci viene addosso da ogni direzione: rimbalza sulla tv, tocca i giornali, fa sponda con i messaggi delle chat sul telefono, salta fuori dalla finestra e cade per strada, si sparge, la svuota.
Non del tutto, però. Donne e uomini camminano, le auto sfrecciano. I lavoratori vanno dove devono, gli ansiosi dove possono, tutti gli altri dove credono di dover andare. Ma non c'è pietà, in nessun caso. Non sappiamo cosa pensare, con le pantofole ai piedi da settimane, i capelli grigio unto e le giornate che si ripetono uguali una dopo l'altra, ma di un uguale diverso da prima. Incomprensibile, severo. Vissuto negli intervalli tra la paura di un colpo di tosse, la sensazione di una febbre perenne e l'ascolto quotidiano di una nuova spiegazione su cosa bisognare fare, e su quanto sia già troppo tardi per farlo.
Dopo aver intonato l'inno, e aver svestito il camice di riconoscenza, temere la morte è ancora più facile e naturale. Basta incrociare uno specchio o un vetro, mentre torniamo alla poltrona, e riscoprirsi in un lampo per ciò che si è: vecchi. Non così tanto da attendere la fine con inconscia serenità, ma abbastanza da sentirsi parte di quella fascia in cui l'età di un lutto può smorzarne la compassione.
Perché i vecchi muoiono, e noi lo siamo. Ma non tutti muoiono soli, e noi invece lo siamo. Il tricolore fuori non volevamo appenderlo, "Azzurro" non l'abbiamo mai cantata e non sappiamo nemmeno se i nostri vicini di casa sono sempre quelli di due mesi fa. Se solo sapessimo come poter essere utili, ci proveremmo. Ma continuano a dirci solamente che andrà tutto bene, o che al massimo moriremo noi.
Non sarebbe forse così male, poi, andarsene tra questi grandi numeri. Anonimi, dispersi nella massa delle notizie di cronaca. Nessuno a guardarti soffrire, nessuno costretto a piangerti. L'idea che succeda come una di quelle cose che capitano nella vita. Eppure nulla cancella le chiacchiere a sproposito, i grafici senza uno scopo, gli attacchi a chi non può difendersi. E i malesseri si diffondono, superano protezioni fasulle ed occupano l'aria. Abbiamo un incubo: essere ancora vivi al termine di tutto questo e aver paura di mostrarlo, di uscire.
Per questo ci troviamo spesso, ultimamente, a spegnere e smettere di ascoltare tutto. Meglio un libro già letto, meglio il silenzio. Se fine deve essere.



domenica 4 agosto 2019

Il male del Foggia siamo noi, o anche: del brutto vizio di esserci sempre


Nove anni fa, era luglio, buona parte di Foggia si ritrovava tra gli antichi fasti dell'ex teatro Ariston per festeggiare il ritorno di "don Pasquale" Casillo. I soci autoctoni al comando del pallone cittadino avevano detto basta, e Casillo si era presentato tirando fuori l'asso della nostalgia: Datemi il Foggia gratis e vi porterò Pavone, Zeman e il "calcio champagne". Il sentimento popolare era esploso in sostegno del patron campano, il cui arresto per concorso esterno in associazione mafiosa (da cui fu poi assolto) nel 1994 diede il via alla rovinosa valanga: lui perse aziende e potere; il club crollò, fino a fallire (2004), salvando solo la terza serie professionistica. Lì dove Casillo aveva voluto riprenderci. Per riportarci in alto, i foggiani erano sicuri.
Tutti, o quasi. Gran parte degli ultras e pochi altri semplici tifosi, infatti, avevano scelto di restare fuori, dall'Ariston e dalla sbornia di euforia: Casillo è qui solo per vendicarsi, userà il Foggia e il ricordo felice di Zemanlandia per riprendersi ciò che ha perso. Se non lo avrà, ci lascerà morire.
La maggioranza, però, era eccitata e «percorsa da un brivido elettrico», come ha scritto qualcuno più bravo di me: Sapete solo criticare, non vi sta mai bene niente. Tirapiedi. I tifosi come voi sono il male del Foggia! - assicuravano. Purtroppo si sbagliavano
Un anno dopo ci saluta Zeman, due anni dopo Casillo: la società va nelle mani del sindaco, la squadra sparisce dal professionismo. E spariscono pure molti tifosi. La maggioranza non c'era più. Punto.
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Sono le 20:25 del 4 agosto.
Il Calcio Foggia 1920, nuovo sodalizio che ripartirà dai Dilettanti avendo ereditato il titolo sportivo della città dopo la mancata iscrizione in C del club dei Sannella, ha scelto il suo allenatore. Sarà, è ormai certo, Alessandro Faioli Amantino detto Mancini: tanti anni di grande calcio tra Roma e Inter, poi nel 2018 la licenza da tecnico. In mezzo, nel novembre 2011, una condanna (con rito abbreviato, quindi scontata di un terzo) a 2 anni e 8 mesi per violenza sessuale e lesioni personali ai danni di una ragazza brasiliana, con in mezzo le attenuanti generiche per averla risarcita. Mancini, dopo la sentenza ha poi proseguito senza intoppi la propria carriera sportiva prima da calciatore e ora, quindi, da futuro mister.
Cosa abbiamo? 1) Una condanna in primo grado per stupro. 2) Nessun giorno di reclusione e nessuna evidenza di pentimento o volontà pubblica di riscatto rispetto a un reato così schifoso. 3) Le gare da allenatore, in qualsiasi categoria e posizione, di Mancini: zero.
In sintesi: uno sconosciuto, da tecnico, piomba in una realtà di provincia con mille problemi che sta tentando a fatica di scrollarsi di dosso il peso di una società caduta sotto il peso di accuse di illecito sportivo e riciclaggio di denaro, e lo fa con addosso il marchio di una condanna per stupro. La nuova proprietà (nelle figure di Roberto Felleca e Ninni Corda) ha deciso che è l'uomo giusto, ha fatto le proprie valutazioni e ha stabilito, non si sa in base a quale assunto, che non si possa fare calcio in Serie D senza uno dei tanti più o meno illustri personaggi del calcio che finiscono nei guai per violenza sessuale e ne vengono fuori sempre sostanzialmente illesi. «Non so l’esito di un eventuale secondo grado o della Cassazione, ma il suo procuratore ci ha garantito che il casellario giudiziario di Mancini, al momento, è pulito». Ah, ok.

Manca ancora, però, la parte più bella della storia: noi, il pubblico. Il mitologico popolo rossonero, quello che lo batti, lo percuoti e non muore mai. Quello che niente perdona e tutto dimentica.
Qualcuno, nei giorni scorsi, ha alzato la manina, sui social, come si fa ora per abitudine alla comodità: Mancini no! Io sulla panchina del Foggia un condannato per stupro non lo voglio! - abbiamo scritto, non in troppi. Reazione di pancia a una voce di mercato che sembrava sparata lì a caso, come tante. Ma alle prime conferme salta il tombino e partono gli schizzi di acqua e merda.
Una banalità, quella che almeno a molti di noi sembrava una banalità (la violenza sessuale è un reato grave e chi lo ha commesso non può essere accettato come uno che a 15 anni ha rubato perché aveva fame), diventa l'ennesimo motivo di spaccatura e autolegittimazione tra tifosi: Ma finitela, sempre a lamentarvi... Il male di Foggia siete voi! Per questo nessuno vuole mai venire qua - sentenziano, e vanno oltre. Una ragazza mi dice di pensare alle "cose serie" e trafigge il mio animo già debilitato quando capisco che per lei la violenza sessuale non rientra tra queste. Qualcuno mi invita a dedicare ore alla Play Station, come se avessi giocato a fare il ds dando giudizi tecnici su Mancini (che nessuno può dare, visto che non hai mai allenato uno stracazzo di nulla). Un altro sbotta: Ti meriti Vaccariello (mister di scuola calcio prestato alle opinioni inascoltate nelle tv locali). Il valzer sale pian piano di ritmo, finché la mentalità di provincia mista al peggior fondamentalismo dell'italiano 2.0 prende spunto da un retorico mannaggiaddio inserito nel mio flusso di post e incalza: Lui ha violentato e tu bestemmi -. La mia testa va in tilt.

Non sono il solo, come detto, a reagire così alla notizia e a mettere in dubbio il sostegno economico alla nuova società in assenza di un segnale diverso, di ascolto della piazza per ottenerne fiducia. Molti esprimono lo stesso fastidio su Mancini nella mia cerchia di contatti, che in ambito social network trova la definizione azzeccatissima di "bolla". Già, perché al di fuori c'è la realtà, quella vera o altra da noi che spesso fingiamo di non vedere. Quella che, nel caso specifico, se ti va bene ti dà del moralista; se invece ti va male, e vuole subito far capire al padrone da che parte sta, scrive un articolo su I sepolcri imbiancati del tifo rossoneroMi bastano poche parole per capire di che pasta è l'invettiva e subito mi viene in mente la gag con Guzzanti che quasi investe un uomo e poi, per non farsi denunciare dal pignolo portatore di legalità, la butta in caciara: «Allora rivuoi il comunismo?! Rivolete il comunismo?! Allora ditelo..Lasciateci fare quello che la gente vuole che noi facciamo».

Avere un principio, portarlo avanti e metterlo in discussione, mettendosi in discussione, per molti è diventato un problema se non una faticosa perdita di tempo. Perché parlare di una condanna per stupro quando si può parlare di quale modulo farà Mancini, se il 4-3-3 o il 3-5-2, oppure di quali parolacce si beccherà alla prima doppia sconfitta consecutiva? Spero non accada mai, perché il Foggia è la mia seconda pelle, ma mi farà ridere sentire eventualmente gli epiteti che si beccherà il brasiliano, magari un bel Vattinn' in Brasil', stu nir d merd', con annessa rivendicazione contro questi che vengono in Italia a rubarci il lavoro e le donne, che visto il contesto politico nazionale ci sta tutta.
A spegnere i fuochi, si fa per dire, ci ha pensato lo stesso presidente Felleca, sottolineando che «poi le proteste dei tifosi che minacciano di non sottoscrivere gli abbonamenti sono di pochi a fronte di tanti che ci ringraziano». Ti ringrazio anche io, in realtà, Felleca. Perché hai svelato nuovamente la vasta anima reazionaria del popolo foggiano, capace di mettere da parte l'amor proprio e accettare di tutto pure se non ha nulla da perdere.
Come se l'esserci sempre fosse una condanna. Mentre può essere al massimo un vizio, perché l'unica condanna è la passione vera per questi colori. Quella per cui il Foggia è roba tua e non gli faresti mai ciò che non faresti a un pezzo imporante della tua vita.
Così noi saremo qua, pronti a farci sentire quando, passato Mancini, verrà meno l'euforia e i veri tifosi si saranno dimenticati ancora una volta di essere la maggioranza.

giovedì 11 ottobre 2018

Io non sono mai stato Stefano Cucchi

Sto scrivendo di qualcosa e qualcuno di cui non dovrei scrivere.
Io con Stefano Cucchi non c'entro nulla: non ho mai spacciato, ho fumato di rado qualche sigaretta e pochissime canne, non ho mai iniziato un percorso in comunità, non sono geometra, non ho mai fatto pugilato, non sono romano, non tifo Lazio, non sono mai stato arrestato, non sono mai stato pestato a calci e pugni in caserma dai carabinieri, non sono mai stato rinviato a giudizio con accanto un avvocato assegnatomi di diritto, non sono mai stato da solo in cella, non ho mai avuto attacchi di panico e crisi epilettiche, non sono mai passato da Regina Coeli a una camera da detenuto all'ospedale Pertini, non ho mai smesso di mangiare, non ho mai smesso di fidarmi di chiunque avesse un camice o una divisa. E non sono mai morto, così che nessun familiare abbia mai dovuto stampare la foto del mio volto tumefatto e del mio cadavere pieno di bozzi e lividi su un manifesto da mostrare ai giornalisti, né abbia dovuto stravolgere la propria vita nel tentativo di cercare verità, prima che giustizia, per me.


Tutto può accadere a tutti, ma l'immedesimazione nei fatti ha un valore molto meno credibile di quella relativa ai pensieri più istintivi e alle posizioni che scegliamo di prendere.
Io non sono mai stato Stefano Cucchi. Sicuramente mi è capitato di avere freddo e di stare scomodo come lui, in alcuni momenti non ho capito nulla di chi avessi attorno e forse qualche volta mi ha attraversato negli occhi la sua stessa tristezza, con ogni probabilità uguale è l'affetto e la devozione che abbiamo provato da figli e fratelli verso la nostra famiglia. Banalità. Ogni esistenza è irriproducibile, ogni evento è speciale nel suo essere uguale a mille altri in modo assolutamente originale.
Qualsiasi idea, qualsiasi goccia di odio si unisca al mio sangue pensando a questa vicenda e leggendo oggi su vari siti che un carabiniere ha ammesso il pestaggio dopo l'arresto, non crea alcun legame tra me, la sua storia e la doverosa sete di giustizia di sua sorella.

Io non sono Stefano Cucchi e nemmeno avrei mai voluto scoprire il suo nome. Perché così lui sarebbe ancora vivo, e sarebbe solo Stefano per la sua famiglia. Invece sappiamo quasi tutto su di lui, lo ha deciso la morte. Avvenuta in totale sicurezza, nell'arco della legalità. Inconvenienti dell'abuso di forza. "Chi ha sbagliato, pagherà". Abbiate fiducia, verrà trovato un colpevole, è una fortuna che non capita a tutti. Dovete stare tranquilli: lo Stato sa come riparare ai suoi errori, dovete soltanto dimostrare di meritarvelo. Il potere è nel giusto.

mercoledì 31 gennaio 2018

Vedere non è riconoscere

Ho visto la morte in un sogno. Non il trauma, la caduta, il dolore, la resa. No, ho visto proprio la fine.
Era tutto perso, sancito. Dovevamo soltanto decidere quando, temporeggiare fino all'ultimo centesimo di secondo possibile, solo per godersi il sapore della vita per qualche istante ancora. Ma l'avevamo davanti agli occhi, e non desiderava altro che noi.
Sono venuto dietro di te, ho subito seguito la tua sagoma. Non è stata vigliaccheria, mi hai solo colto di sorpresa. Nessun piano, tutto improvvisato. Morire per morire, tanto valeva fossimo almeno noi a sceglierne l'ora. Sfizio da condannati, poca roba. Neanche lo spazio per capire cosa ci avesse portati fino lì.
Com'è che è andata veramente?
Quanti sguardi incrociati, ma li ricordo appena. Non c'è mai stato il tempo per rallentare, fissare quei volti. Conoscere o ambientarsi non era parte della storia. Per fermarsi sarebbe stato necessario sentirsi al sicuro e noi non lo siamo stati mai. Catapultati in un gioco dalle regole ignote, con un ingresso da protagonisti e un destino da pedine. Rimbalzando veloci come i dadi lanciati sul muro, caricati sulle spalle dal peso di una sorte ricevuta in dono come colpa.
Sei qui per caso e per caso finisci.
Sfrecciano immagini di trappole schivate, affanni allenati dall'abitudine e piccoli ripari di soddisfazione ricavati a sorpresa in un sentiero scandito dal conto alla rovescia dei sogni quasi conclusi. Quando sanno che dovrai svegliarti e iniziano a spingerti verso il finale. Senza più strade alternative o vie d'uscita.
La fuga è finita.
È stato a quel punto che ho lanciato una sedia, un mobile, un aggeggio, qualcosa che speravo potesse farti da scudo. Ma non è servito. Una raffica, secca e letale, ti lascia a terra e lì resti, come in comoda posa nella pozza. Assisto alla scena come un atto dovuto, come se tra di noi fosse già chiaro che sarei stato io a cadere per ultimo.
Mio il sogno. Mia la gloria.
Avverto l'arma accarezzarmi la nuca, provo ad addomesticare l'adrenalina. Ci pensa il colpo. Uno. Pulito. Nella testa. BOOM! Addio. Però, che strano, non mi ha fatto male. Il suono non lo ricordo, è rimasto nella vita passata, ma tutto sommato è stato semplice. Sì, adesso è vero: sono morto. L'ho capito quando ho riaperto gli occhi.



giovedì 14 settembre 2017

You'll Never Walk Alone


Il primo giorno inizia tanti anni prima. Quando decidi, quasi autonomamente, di iniziare a zompettare con le tue gambine su quel corpo senza equilibrio nato poche decine di mesi addietro. Scappando ai corridoi di casa, alle braccia materne e alle rincorse paterne. Scoprendo nuove camere, spazi inaspettati, spesso al buio, per tornare quindi subito indietro, divertito dallo spavento per aver bazzicato l'ignoto, sempre con gli stessi passi sbilanciati. Riprendendo allora di nuovo l'avventura fatta di saltelli in avanti ancora più instabili e veloci. Perché si inizia forse prima a correre che a camminare.

E ciò che accade dopo è tutto un seguito, tutto un poi. Anche se di limiti e di confini se ne ripresentano sempre di nuovi, con tante nuove stanze e tante nuove porte da superare. L'azione di base, però, resta sempre quella: il bambino che va e viene, a sussulti ritmati, inaugurando inconsapevole i suoi freschi muscoli. Teso come un palloncino ancorato alla ringhiera del balcone, fatto della stessa tensione verso la fuga e della stessa imprevedibile oscillazione nello spazio circostante.

Ogni primo giorno parte dalla stessa eccitazione dell'EVASIONE, della deviazione che ti strappa a una routine di cui sin da piccoli, ma forse anche da adulti, non abbiamo nemmeno coscienza. C'è poi la CURIOSITA' di scoprire chi troveremo accanto, a destra e a sinistra, davanti e di dietro; cosa poter GUARDARE, se ne avremo il tempo; chi odieremo, se ci spaventerà; fino a dove riusciremo ad arrivare senza farci CONDIZIONARE. E c'è infine tutta l'adrenalina che nasce dalla PAURA di perdersi e di perdere, di smarrire la via del ritorno verso ciò che ci dà sicurezza; di non avere nessuno con cui RIDERE e a cui RACCONTARE il proprio incubo; di non saper rifare al contrario la strada fatta e di non avere, o non CAPIRE, chi possa insegnarci o indicarci un nuovo cammino.

Per questo, io non dovrei avere alcun timore. Perché Tu sola non camminerai mai.



lunedì 12 giugno 2017

Vite. Di strati


Mi capita spesso, camminando, di interrompere il passo e sollevare i talloni, voltando lo sguardo indietro verso la suola della scarpa, per vedere se è sempre pulita. Succede quando vedo che la strada è lastricata di macchie irregolari, quando l'asfalto è scuro e poco interpretabile, e soprattutto quando sento odori sgradevoli, anche a distanza di metri.
È un'abitudine strana, perché le dedico molto più impegno dell'attenzione a dove mettere i piedi o alla direzione che sta prendendo la mia marcia. Per dirla in parole povere: è molto più probabile pesti una merda o che mi stampi contro un palo, piuttosto che mi metta a camminare col fondo delle scarpe bagnato o incollante ed appiccicaticcio.
Per questo, quando passeggio, mi ritrovo a pensare ad ogni passo: "cos'è successo qui?", "chi ci sarà passato?". Un giorno di pochi giorni fa, durante una pausa o forse mentre riprendevo stanco la strada di casa, attraversando un porticato mi sono accorto di aver lasciato un'orma su una piccola superficie liquida. Una chiazza. Non aveva piovuto almeno nei dieci giorni precedenti, nessuno stava lavando nulla, di bottiglie rotte neanche una traccia.
Come ho spiegato prima, mi accorgo sempre in ritardo di dove ho messo i piedi, ma quando lo faccio, se ho pestato qualcosa che ha lasciato il segno, non riesco più ad andare avanti. Dopo una falcata con l'altra gamba, quella "immacolata", mi fermo. Lo sguardo in basso, distratto, ora si concentra sul perimetro della chiazza, non trascurabile. Quindi si estende a cercarne una fonte, che non fossi io, nello spazio immediatamente esterno. Non serve molto: a meno di due metri un uomo è steso a terra.
Appartiene tutto a lui, quel liquido, gli odori attorno, il mio blocco. Fingo di fissare bene cosa è gli successo, ma vedo senza guardare. Mi sento catapultato in un posto segreto in cui non riesco a capire quale nesso ci sia fra la mia e la sua esistenza, come possa ritenermi sullo stesso pianeta di un uomo identificato da una sagoma di roba fuoriuscita dal corpo. Nel mentre il mondo scorre, lento ma inesorabile come i rivoli che si dipanano dall'area centrale della chiazza; ed evitare di palesare espressamente che il mondo siamo noi sarebbe una vigliaccata.
Restano, e qui lascio, piccoli censimenti di sentimenti spregevoli, nel tentativo forse vano di preservarli da retoriche e strumentali autoassoluzioni.
La strada che guadagniamo quotidianamente, misura dopo misura, non è fatta solo dai passi degli uomini che l'hanno attraversata prima di noi, ma anche da quelli che abbiamo lasciato ci vivessero sopra.

mercoledì 29 marzo 2017

L'attaccante che voleva spazzare (pubblicato su Minuto 78)

"L'attaccante che voleva spazzare"
(Breve racconto ideato e scritto per Minuto Settantotto.it)


Una ragazza palleggia: sinistro-destro-coscia sinistra-interno spalla sinistra-testa. La palla resta sospesa nell’aria, in attesa di ricadere per essere nuovamente colpita.

Una donna ha indosso la giacca di una tuta, marca Legea. I pantaloni sono grigi e di cotone; le scarpe, di un grigio più chiaro, sono più alte dietro, in corrispondenza del tallone, un accenno di tacco ma con la pianta uniforme e regolare. Guarda i ragazzi passarsi il pallone “di prima”, destro e poi sinistro, sempre rasoterra, uno di fronte all’altro, oscillando ad ogni passaggio da un lato all’altro dell’asta che hanno davanti come ostacolo.
Il vento è gelido, il cielo non promette nulla di buono. La donna alza il cappuccio della tuta sui capelli, per natura lunghi fin sotto il collo ma adesso nascosti anonimi all’interno della maglia col colletto alzato, dietro la schiena. Quasi invisibili, come vorrebbe essere la donna. Ma, sugli spalti, le poche decine di occhi presenti sono tutti per lei, che fatica a concentrarsi sulle cose importanti: «Porco d** Marco! Alza di più le gambe quando ti sposti, datti slancio cazzo, non sei un manichino». Bestemmia la donna, pure, che tempi… Lo sa, la donna, cosa staranno pensando quelli là.

La palla, alzata con la testa mentre la coda di capelli stretta dall’elastico rimbalza al centro della schiena, ricade sulla coscia destra, appena sopra il ginocchio, con il braccio sinistro che si stacca dal fianco e si apre per dare equilibrio a tutto il corpo.

Inizia a piovigginare, gocce rade ma fastidiose, la felpa col cappuccio è una salvezza. La donna guarda il cronometro, sono passati solo venti minuti e i ragazzi sembrano già aver perso la concentrazione: «Allora!?! Imparato, che fai con quella mano sui fianchi? Muoviti sul posto, stai in tensione, non sei in fila al supermercato!». Adesso l’esercizio riguarda le conclusioni: c’è il vice-allenatore che crossa da destra e uno dei portieri (l’altro è tra i pali) che fa lo stesso dall’altra fascia, a turno ogni ragazzo entra in area e deve tirare verso la porta, ma non sa prima da dove arriverà il cross, questo lo decide la mister alzando a suo piacimento il braccio destro, o quello sinistro.
Alla donna piace particolarmente questo allenamento. Da attaccante di razza, figlia di attaccante di razza, si ricorda di esserci praticamente nata con la voglia di calciare verso la porta. Certo, ci fu poco da ridere quella volta che, durante una trasmissione sportivonazioalpopolare, un noto opinionista, prestato al calcio dal divano d’attesa di un barbiere, le chiese ridendo, con malizia spacciata per ironia: «Quindi a te piace concludere?...»

Dopo il colpo con la coscia destra, la ragazza ne programma subito uno di coscia sinistra; segue un sicuro interno piede destro che fa restare la palla vicinissima al busto, pronta per essere rigiocata ancora con la parte superiore del ginocchio sinistro, a gamba piegata di 90 gradi.

Quale pena, rifletteva tra sé la donna ripensando a quella battuta idiota, mentre il vento alzava volume e intensità, ed i ragazzi intanto si divertivano a rincorrere di volta in volta chi aveva la palla in mano, una specie di rugby anarchico misto a “guardia e ladri” in cui non ci si può liberare del pallone prima di averlo difeso per almeno 30 secondi, esercizio ideato per provare a gestire mentalmente la pressione dell’essere inseguiti dagli avversari quando si è in possesso palla difensivo.
La donna ricorda in breve sequenza i pomeriggi passati a organizzare giornate di allenamento, le esperienze con formazioni femminili prima nel calcio a 5 e poi in quello a 11, l’ascesa fino alla vittoria di due campionati nazionali, la decisione di voler far parte del più chiacchierato e pagato pallone maschile, i buoni risultati in Serie D, adesso la chiamata della Primavera di questo club di Serie A, non di prima fascia ma cosa conta. In sottofondo, un unico e solo pensiero: non sei adatta a loro.

Un ultimo colpo di testa, allora, un po’ più deciso, per far carambolare matematicamente la sfera sulla caviglia sinistra; da qui, la palla ruota in aria di una trentina di centimetri o poco più, e lo fa con i giri giusti. Ecco, è arrivato il tempo: il gomito mancino si risolleva, la gamba sinistra fa un saltello per dare ampiezza al movimento di quella destra, che oscilla all’indietro, per caricarsi e…

…E quante volte ha pensato, la donna, di spedire lontanissimo tutte quelle paure e quel disagio. Mandare via le stronzate e quei discorsi da bar della facoltà di sociologia. Studiare l’avversario. Preoccuparsi di avere una squadra che corra in buona salute. Consigliare ai ragazzi le migliori abitudini fisiche. Colmare le ovvie lacune rispetto ad un mondo che sa di dover imparare a conoscere meglio, come tutti.
Pensare soltanto al pallone.


Come faceva da ragazza, quando aspettava che la palla scendesse, caricava la gamba destra in avanti, irrobustiva la caviglia, lasciava andare il collo del piede e calciava. Fortissimo. Spazzando la palla, e tutti i suoi sogni, tra gli astri. Lì dove non c’è forza di gravità, e le discriminazioni non hanno peso.

domenica 17 aprile 2016

L'esistenza di Domenica


Un sorso impossibile da mandare giù. Poi un altro. E un altro ancora.
Domenica stava lì, in piedi al lato corto del tavolo, quello destro, o meglio alla sinistra della vecchia zia. Nel pugno mancino, nascosto lungo il fianco, si teneva aggrappata al vestito verde e rosa quasi fosse la sua vita. Ogni secondo aumentava i sorsi, e ogni sorso la stretta, ed ogni stretta le grinze. I cespugli di tessuto come evoluzioni delle sue vene gonfie e straripanti.

Domenica si riteneva fortunata, mentre l'altra presa impugnava tremante il calice a versare in bocca la pozione dannata. Lei era sempre più pallida, ma viva.
Forse aveva sbagliato ad accettare quella sfida, o forse non aveva altra scelta. D'altronde si sceglie ciò che si può scegliere, e si evita ciò che è permesso evitare. Impegnarsi a mandar giù quella bevanda dal misterioso retrogusto di polvere, piombo e carta da giornale, pur di non cedere d'un passo sul proprio stato di persona libera, si annunciava più complicato del previsto ma non impraticabile.


Perché ci si accorge di avere qualcosa sempre nel momento in cui la si sta perdendo. E non fu per la gamba attaccata alla palla di ferro; non fu per il guercio poggiato al muro di mattoni che dall'esterno le sorrideva di un sorriso a corto di due denti, o forse più; non fu nemmeno per il pugnale dalla lama fiera che le solleticava il coccige per mano e forza d'una delle zelanti schiave di quell'infame zia; non fu per alcuna di queste scene che Domenica si decise a trangugiare la sostanza, ma solo perché aveva deciso che vivere significasse stare dalla parte di chi è vivo e soltanto dopo, se proprio càpita, muore.

È un fatto di appartenenza.
Così deglutiva, e la gola continuava a contrarsi e rispuntare fuori più potente di prima, come fa in un falò la fiamma che finisce sotto il getto di spirito.
"Sono una donna, sono umana, sono libera."
"Sono una donna, sono sorella, sono libera."
"Sono una donna, sono figlia, sono libera."
"Sono una donna, sono viva, sono lib", le parole, pur se solo nella sua testa, s'interruppero. Avevano fatto tutti i giri possibili, il veleno era arrivato al sistema nervoso. Le gambe si piegarono, cadde. Per lo slancio indietreggiò anche la schiava dalla punta appuntita. Il bicchiere si rovesciò ma ne cadde solo qualche goccia, ormai era praticamente vuoto. Aveva bevuto quasi tutto, tutto il male ce l'aveva dentro Domenica. Fuori non erano rimasti che i suoi sospiri affannosi, la crudeltà dei presenti e due occhi pronti a chiudersi.

Distesa come svenuta, partigiana, era stata con la vita fino all'ultimo respiro.



venerdì 13 novembre 2015

L'Italia, il Belgio e quell'isola di dolore


Oggi, 13 novembre 2015, l'Italia sfida il Belgio.
Sedici anni fa, il 13 novembre 1999, l'Italia sfidava il Belgio.

Me lo ricordo perché ero a casa dei miei nonni paterni, anche se mio nonno era purtroppo andato via da qualche mese; naturalmente insieme a mio padre, naturalmente incollato alla tv a vedere la partita, naturalmente bramoso di minuti di calcio da guardare avidamente, com'ero allora e come in fondo sarei ancora adesso, se non ci fosse una partita al giorno.

Me lo ricordo perché si giocava allo stadio Via del Mare di Lecce.
Me lo ricordo perché giocavamo contro coloro i quali, di lì a pochi mesi, avrebbero ospitato in coabitazione con l'Olanda quell'Europeo che avrebbe reso celebri, tra le altre cose, le mani di Toldo e il culo della Francia.
Me lo ricordo perché Paolo Vanoli, terzino sinistro dalla carriera meno redditizia di quanto avrebbe meritato, arrivato al grande calcio solo nel 1998 grazie al Parma di Malesani che lo acquistò dal Verona in tempo per fargli vincere una Coppa Uefa con tanto di gol in finale, andò in rete quella sera di novembre a Lecce con un bolide di sinistro che sbatté sotto la traversa prima di finire alle spalle del portiere Gaspercic.
Me lo ricordo perché io di partite del Belgio ne ricordo abbastanza; attitudine figlia probabilmente di una certa simpatia dai tratti istintivi iniziata ad Usa '94 grazie a quel formidabile numero uno che era Michel Preud'homme, e coltivata attraverso le immagini di un altro grande portiere belga, l'adorabile buffone Jean Marie Pfaff.
Me lo ricordo perché mi è sempre piaciuta la maglia rosso acceso della Nazionale del Belgio, e il loro soprannome, i diavoli rossi, che ben si sposava con il marchio fondativo della mia squadra, il Foggia.
Me lo ricordo perché perdemmo 3-1 in casa, andando di nuovo sotto, dopo il momentaneo pareggio di Vanoli, prima con il vecchio attaccante Wilmots e poi con Goor.
E me lo ricordo perché due giorni prima soltanto, a qualche centinaio di metri da casa dei miei nonni, che hanno sempre abitato all'ultimo dei cosiddetti "quatt palazz", quartetto di edifici popolari tirati su in Via Lucera, quasi estremo avamposto residenziale prima della campagna, proprio lì vicino insomma, in Viale Giotto 120, era crollato un palazzo. Grande: 26 appartamenti, 71 residenti. Ne morirono 67.
Me lo ricordo perché il palazzone si era accartocciato e sbriciolato, mentre restava sorprendentemente e fortunatamente piedi l'adiacente edificio gemello, eroso dalle sue stesse fondamenta.
Me lo ricordo perché mentre raggiungevamo casa dei miei nonni, a piedi perché le vie della zona della tragedia erano ovviamente chiuse al traffico, mio padre ed io passammo proprio di fronte a quel cumulo di macerie attorniato da vigili del fuoco, giornalisti e gente spaesata; la polvere esplosa da quell'ammasso di finto cemento (ma questo l'avrei saputo soltanto dopo) disegnava l'aria di un colore che direi grigio, ma che in realtà sarebbe più esatto definire bianco, come fumo di gomma che brucia, ma più denso e asfissiante.
Me lo ricordo perché dentro quella nuvola opaca, e illuminata da fari che non avevano più nessuno da salvare, io ebbi per un attimo la netta sensazione di non essere più a Foggia, nella mia città, ma in un altro luogo, sperduto. Come un'isola di dolore.


























domenica 8 novembre 2015

La fine della verità è l'inizio della realtà


Sapere non vuol dire conoscere,
come saper leggere l'ora non significa avere un futuro.
Capire è un'ossessione figlia della vista, uno sforzo degli occhi; che appannati, infine, riposano, e ci lasciano vedere meglio. 
Le sensazioni che scendono dal rubinetto esausto delle crisi, goccia dopo goccia, invisibili e pesanti, non fanno un lago. Restano perdite; che non rimangono; anzi se ne vanno, proprio poiché perdute.
Finiti i giri da fare, si deve trovare un'altra strada. L'alternativa è tornare a casa senza esser certi di potersi rimettere in viaggio. Il punto di partenza non è uno spauracchio, un nemico da cui tenere le distanze, ma uno spunto. Di ripartenza, e di riflessione.
Assistere alla vita che scorre è un atto di verità; non ostacolarla è un atto di generosità; far sì che scorra nel verso da noi voluto è un atto di libertà.
Uscire di casa, vedere, toccare, non sentire, ascoltare, non pretendere, cercare, nelle fasi di pausa, nello sporco, nelle debolezze di ognuno, nei silenzi, un ritornello di gesti, un espediente maniacale, una faccia da conservare, e cedere, cedersi, lanciando un segnale, un collegamento, un pezzo del proprio pensiero, un'intuizione.
Interpretazioni, per sgombrare il campo dalle affermazioni.
E ricordarsi che non esiste differenza tra giusto o sbagliato.
Esiste dove decidiamo di stare, e cosa decidiamo di dare.


domenica 9 agosto 2015

Sensibili alle onde


Ogni giorno passato appresso al calcio è un giorno sprecato, o quasi.
Se ora mi sfrecciassero davanti agli occhi tutte le domeniche e i weekend e i turni infrasettimanali di tutte le partite giocate dal Foggia dacché mi legai alle sue più o meno fortunate sorti, ne finirei sfatto di nausea e stanchezza, allo strenuo delle mie forze mentali, come alla fine di un gioco durato troppo.
Per quanto il mondo del pallone in questi decenni si sia adoperato, con risultati eccellenti, ad invadere la nostra quotidianità, riproponendosi ora dopo ora col suo contenitore di preconfezionata originalità, pensare alla propria condizione di tifoso in una giornata "normale", una di quelle devote in esclusiva al barcamenarsi tra lavoro e affetti e questioni personali, rimane comunque un impegno da gestire con grande abilità.

Detto in parole chiare: nella situazione più difficile, all'apice del più grave intreccio di problemi, ci sono pur sempre ottime possibilità che un pezzo di cervello ormai fottuto resti legato alle vicende della vostra squadra. Anche marginalmente, superficialmente, a rate di pensieri impercettibili e di infinitesimale durata, ma tutti rivolti e originati da lì: "Foggia? Ho sentito Foggia?! Chi ha detto Foggia? Stasera gioca il Foggia? Domani gioca il Foggia? Prima o poi gioca il Foggia? Chi abbiamo comprato? Ascensori 'Matarangolo': madò si chiamano come quel cesso che giocava con Florimbj! Sei di San Benedetto del Tronto, ah sì ci sono stato in trasferta! Quanti anni hai, sette? Ricordo che avevo sette anni quando mio padre iniziò a portarmi con sé allo stadio..."

Una matassa di richiami condizionata da quella che è a tutti gli effetti l'occupazione stabile di una parte della nostra testa. E anche questa, come tutte le occupazioni, deve resistere a tentativi di sgombero. Gli assalti quotidiani, oltre che dall'incedere inarrestabile della cosiddetta maturità ("angor appriss au Fogg'?!"), arrivano soprattutto da ciò che intanto è cambiato attorno alla percezione di tale gioco infinito.
La commercializzazione del supporter, incrociata alla spoliazione dei suoi diritti più elementari (come quello al libero spostamento), ha toccato vette di ghettizzazione della partecipazione mai toccate prima. Ossia, adesso sono ben accetti innanzitutto spettatori. Il resto fa contorno. E alla lunga, come in ogni storia d'amore, anche il sentimento per una squadra e la sua storia può sfibrarsi fino a sfiorare il disinteresse.
Non è per forza un processo irreversibile, piuttosto un'onda che si allontana per poi tornare a bagnare la riva, spesso pure con moti più intensi e corposi.

Può capitare per anni, mesi, settimane; oppure solo per qualche istante di isolamento, di fastidio per la propria lesa dignità, di tifoso e di persona.
Quindi, in un momento, un solo pensiero basta a coprire ciò che i portatori di tristezza hanno provato a seminare. Da quando so per certo che si giocherà questa partita, lo ammetto, faccio un po' fatica a pensare ad altro.
Per quanto una sconfitta non sia la fine del mondo; per quanto a breve dovrò di nuovo cercare lavoro; per quanto sia solo Coppa Italia e dopo 17 anni di anonimato noi siamo tanto sfavoriti da non avere quasi nulla da perdere; per quanto faccia caldo, io stia morendo di sonno e il mondo che abbiamo costruito sia una mezza merda.

Insomma, stasera il Foggia gioca contro l'odiato Bari e no, questo non è un giorno come tutti gli altri.


martedì 2 giugno 2015

In viaggio mentre (non) dormi


Dove credi di andare?
E poi, pensi che basti credere per andare?
Pensare costantemente alla meta non aiuta a raggiungerla prima. Non è scritto in nessuna teoria scientifica.
Sperarla accogliente, misteriosa e fortunata non assicura certo la buona riuscita del viaggio.
Avere gli occhi fissi sulla strada è sicuramente il più naturale e logico dei passatempi, ma pure il più lento.
Le coste restano coste; le colline, colline; gli stadi, stadi vuoti; i vulcani, vulcani spenti; le spiagge, luoghi sempre troppo lontani; e i letti dei fiumi, spiagge deserte sempre troppo lontane.
Solo il cielo, forse, cambia. Ma nessuno guarda davvero il cielo quando avanza.
È molto più probabile che ci si perda a fissare la striscia che continua la terra, per esaltarsi ad ogni sua fugace deviazione.
Tratteggiando le riflessioni interrotte sull'asfalto, poiché c'è sempre troppo da pensare quando si è in marcia.
E i libri sono difficili e divorati, i dvd pochi e per pochi, i video su Youtube più infiniti di giga e batterie.
Mentre la radio non passa le montagne a meno che non sia una preghiera o una bestemmia.
Nel tragitto in treno i vetri dei poveri tremano, quelli dei ricchi stanno fermi e isolano. Nei primi le parole rimbalzano, negli altri invece scoppiano dentro bolle a forma di cuffie.
Quando allora si prende in mano lo smartphone, quello è il segnale di abbandono: ci sono per tutti i miei contatti, non ci sono per nessuno.  Risate, rimorsi e sbadigli formato 6 pollici.
Camminando, non faresti molta più attenzione. Avresti solo più freddo o più caldo, e risparmieresti indecisione.
Il percorso si fa meno temibile, la scelta non urgente, la soluzione mai irrimediabile.
L'unica cosa che conta davvero è essere sempre in movimento, anche sul posto.
Perché ci sono tante strade per quanti modi di viaggiare conosci.


sabato 18 aprile 2015

Pensavo fosse odio, invece era una trasferta a Lecce. (Lettera di scuse a dei foggiani)


Non tutto scivola addosso.

C'è qualcosa che resta, si sedimenta, lascia tracce indelebili sotto la pelle, e riemerge fastidioso a provocare irritazione anche a distanza di anni.
Ci sono fatti, situazioni oggettive e precise, per cui non esiste il lavoro di pulizia del tempo. Nessuna prescrizione, nessuna delega al ricordo in nome di un futuro già scritto.
Come le condanne postume, che condanne non sono mai perché la vera giustizia non vive fuori dalla vittima ma nasce nel suo cuore, proprio mentre sta subendo il torto, e lì dentro si coltiva e cresce per l'eternità, trovando sbocchi inattesi.



Così domenica io a Lecce non ci sarò, perché non potrò esserci.
Non ho i soldi e non ho modo di organizzarmi, ma ancor di più non ne ho diritto. Non sono autorizzato ad assistere ad una partita di calcio della mia squadra del cuore, insieme ai fratelli, le sorelle, i padri, le madri, le nonne, i nonni, i nipoti, i figli e tutti gli stronzi che continuerebbero ad averne voglia.
Quando è partita ufficialmente l'operazione "tessera del tifoso", sapevo che avrei ridotto di molto i miei viaggi per il Foggia; sapevo che tutto non sarebbe stato più come prima e sapevo che avrei dovuto fare ricorso a tanta immaginazione per sperare il ritorno di tempi migliori.
"Ma fattela sta cazzo di tessera", mi è stato detto un'infinità di volte, "che è solo una carta in più delle mille che già hai!": in fondo, non appartengo a gruppi organizzati, non ho mai avuto il vincolo stretto di fare patto con i miei compagni di gradoni. Il mio compagno è sempre stato la Curva, tutta; o almeno tutta quella devota al sostegno incessante, al colore, al boato, al divertimento. Al vedere la partita dopo la partita, in tv.



Io, senza i fanatici e testardi ultrà che per anni m'hanno incantato col loro modo eccessivo di stare allo stadio, dentro quella curva non ci avrei mai messo piede. Ed ora non sarei dove sono adesso, seduto alla scrivania che è quasi l'alba del mio terzo o quarto weekend da disoccupato, concentrato davanti al pc per scrivere di un amore che si è fatto rabbia, smarrimento e poi rancore.

Non si tratta solo dell'idea di autoescludersi a priori dalla possibilità di assistere ad una sfida di terza serie "tra nobili decadute", si sarebbe detto un tempo, nonché duellanti pugliesi in un derby che torna dopo diversi anni; e né soltanto dell'impossibilità di sostenere la mia maglia in una gara delicata che vale le ultimissime chance per sperare nella promozione.

Qualcosa di più: è il sapere che c'è invece chi ci sarà, domenica, al Via del Mare. Amici, conoscenti, rossoneri come me, col biglietto pronto e i pullman preparati da Foggia, in tutto si parla di 200 presenze circa, neanche miseria di questi tempi... E io?! Io dove sono? Perché non sarò lì, insieme a tutti gli altri? Perché ci è stata tolta, e ad altri più di me, la libertà di partire? Perché non ho mai potuto nemmeno pensare di farla questa trasferta?

Quando ho deciso che il mio "no" alla tessera sarebbe stato inderogabile, finché almeno il cuore e la testa avrebbero retto la decisione, ho immaginato che il passo successivo sarebbe stato solamente uno: basta tifo, basta pallone! Ma prima, già lo sapevo, avrei vissuto anch'io la fase dell'odio verso i tesserati, verso chi può partire e ancor di più verso chi potrebbe, e non lo fa. Questa fase è arrivata con ritardo, in fin dei conti, ma è poi esplosa, silenziosamente, come i gemiti di quando stringi i denti.

Così, pur consapevole di quanto immaturo e stupido sia ciò che provo, vengo travolto dal fastidio e da un'invidiosa stizza ad ogni immagine o parola dei foggiani mentre si preparano per essere domenica sugli spalti a Lecce. Anche se miei amici, anche se Pasquale e Daniele. Anzi, soprattutto loro. Perché il risentimento vero conta solo nemici.

Ed è per questo che ora vi chiedo: perdonatemi, fratelli, se vi avrò odiato! E portatemi una vittoria.
Avanti Foggia!

sabato 11 aprile 2015

Fratello dove sei? (O della scoperta del settimo senso: l'autopercezione)

FOGGIA - CASERTANA o qualcosa del genere

A luci spente. Allungo la mano. E trovo una sciarpa, retta all'estremità da un'altra mano, sempre mia. Non vedo cosa c'è scritto, ma so dove siamo, perché resta illuminata una parte che illumina tutto. Una parte per il tutto. Una sineddoche: la parte è una striscia di campo, il tutto è quello che ho fatto in questi 27 anni quasi ventotto.
In verità non so di preciso cosa sia accaduto dal 3-0 alla Lucchese di Orrico in quella domenica del '91 ad oggi. So che il calcio è diventato nel frattempo un malato terminale; so che i tifosi tifano più a casa che allo stadio; so che dovrò mandare un inutile curriculum non appena finisco di buttare già ste righe; so che ho cambiato curva; so che ho imparato a lasciare e ad essere lasciato; so che non ho mai imparato davvero a farmi la barba; so che ho due nipoti, e giuro non avrei mai immaginato potesse essere una cosa tanto dolce; so che mi fa male la testa, quasi ogni quindici giorni, perché quasi ogni quindici giorni immolo quel che resta di me stesso alla causa meno nobile che esista. Perché "chi te lo fa fare"? Perché 22 coglioni che corrono appresso a una palla. Perché come fai a pensare al calcio? Perché siete rimasti quattro gatti. Perché non vedi che te la fai coi delinquenti? Perché il calcio a Foggia è morto.


A luci spente, ve lo dico: siete morti voi. Tristi approfittatori d'infelicità. Logorroici speculatori del disagio altrui. Cacacazzi. Anzi, no, non ve lo dico. Lascio cantare il buio, dalle cui gole rauche e alcoliche provengono canti improvvisati misti a ululati e battimani fuori tempo. "Alè alè oh oh... 'A matin n's vonn avzà... Alleluja Alleluja... Tu non sai cosa ho fatto quel giorno... Che bello è quando erutta..." ah no, questa non si può dire! È discriminazione geografica, geologica, sociologica, roba da 41-bis insomma.
Loiacono col ginocchio, dicono, hanno detto a fine primo tempo, poi ho riferito pur io, dando il probabile per assodato, e rimettendolo in circolo come certo, ché tanto non interessa a nessuno né il chi e nemmeno il come. Interessa solo l'aria. Quella dentro la palla, quella fuori dalla palla, quella che muove la rete, quella che riporta il boato, quella scaraventata dall'esultare scomposto, quella che ti solleva i piedi da terra.
I playoff, le Madonne invocate, Verile, il fallimento, i soldi che n'g stann, quella buglia della Merletti, De Zerbi resta, i diffidati, Mario Facco e mi gratto, Campilongo, il borghetti, le "spaccate", Sarno e Gigliotti squalificati a Lecce, la Serie B che non vediamo da diciassette anni, le donne: tutto in un soffio. Un pugno al cielo agitato meccanicamente neanche fosse un cric che ti solleva l'anima per portartela nello stato più vicino a quello che si usa definire "un sogno".


A luci spente, in camera mia, ho appena finito di rivedere la partita sul pc; anzi, di vedere, ché mica si guarda granché dal fosso di persone in cui andiamo a ficcarci noi che, più che assistere alla partita, diciamo che la realizziamo, per confrontarla poi con l'avara precisione del racconto di cronaca.
A luci spente, perché non ho bisogno di vedere dove sono. Lo so, lo sento. Sono dove ci si arrende solo all'evidenza, e spesso neanche a quello. Sono nel posto giusto, sono dentro di me, sono a casa. E pure quasi nei playoff.

mercoledì 25 marzo 2015

Quelli che restano sono quelli che non se ne vanno. (Pare un post sui tifosi)


Restare più del tempo stabilito. Il sogno di una vita. L'immortalità.

Da bambino, quando mi portavano dai miei cugini, o ancor di più quando la sera andavo con papà da Tonino per vedere i primi posticipi della domenica di Serie A, albori della pay-tv, ed io però in realtà volevo solo giocare con Pasquale, suo figlio, perché ci divertivamo un mondo.
Poi, più avanti, quando dai miei cugini ci tornavo per vederle io le partite, e una volta finite si doveva risalire in auto e rientrare a casa, anzi sotto casa a cercare parcheggio. E più avanti ancora, nelle prime sere strappate al solito appuntamento dai nonni, in giro con gli amici a stare, con quel dannato orario limite a cui rubare ogni volta cinque-minuti-cinque, fino a dilatarlo di mezzore ed ore.
Allora le serate a cena dagli amici, e i "resto qui a dormire" pieni di balle su dove si fosse davvero, e i weekend organizzati e rovinati per non essere riusciti a trovare un modo credibile per giustificare tutti quei giorni fuori casa, sperando di guadagnarne sempre uno in più. Come si fa con i minuti d'amore, mentre lei preme con le sue mani per averti e per chiederti di non venire, e anche tu vorresti restare ancora un po' qui. Dentro. E oltre.

La prima forma di libertà che mi viene in mente è sabotare il tempo.

Ho assaporato la materia dell'indipendenza la prima volta che sono andato allo stadio da solo. Non perché non avessi nessuno a controllarmi o a badare a me, bensì soltanto per la possibilità di scegliere da me dove stare e soprattutto fino a quando restare. Non quanto tempo, ma per quanto tempo ancora.
Ricordo bene un episodio. 7 gennaio 2001, Foggia-Acireale: il Foggia non riesce a sfondare il muro alzato dai siciliani, la partita sembra una di quelle destinate allo 0-0 anche a distanza di giorni, e a quei tempi un pareggio in casa non è per niente cosa gradita. Così mio cugino più grande, compagnia essenziale e nume tutelare di quegli anni di stadio, decide irritato per la ritirata: al 90esimo, non vuole neanche vedere il recupero. Non riesco a fargli cambiare idea, probabilmente non ci provo nemmeno. Siamo fuori dalla struttura in pochi passi, e dentro l'auto in un paio di minuti. Via.
All'arrivo a casa sua, e alla tradizionale verifica defaticante dei risultati sul televideo (pratica che resiste indefessa nonostante l'usura tecnologica), tra le righe sparpagliate si legge: FOGGIA-ACIREALE 1-0. Quando avevamo segnato?? Chi, perché, come?? Si scoprì poco dopo che negli ultimi secondi di gara, in una mischia casuale e un po' fallosa, e per questo meravigliosa, il nostro ex bomber Gigi Molino aveva trovato il modo di battere il portiere nemico.
Giurai, quel giorno, che non sarei mai più andato via prima della fine. Capii, nei mesi a seguire, che la fine non sarebbe stata più quella decisa dal fischio dell'arbitro.


Anche per questo, caro ragazzo, anzi bambino, quando ho visto la foto che ti ritraeva solo nel bel mezzo della storica Curva Sud romanista, chissà se per scelta tua o perché maldestramente dimenticato, non ho avvertito la benché minima impressione di sentirti perso.
I tuoi compagni di fila avevano abbandonato il settore per protesta contro la batosta che la Roma stava subendo dalla Fiorentina, mentre una parte dei rimanenti era più in basso e aspettava soltanto che finisse la gara per urlare ai propri giocatori, perché certe volte va fatto, ma chissà se fosse questo il caso, che la maglia va onorata, sempre. Perché una casacca che rappresenta la passione e la storia di una comunità non è proprio la tuta del pilota Ferrari e nemmeno la divisa dello schermidore. È un pensiero non facile, a molti non va giù, ma quando lo senti allora sai di cosa sto parlando.
Ci sono molti modi di rimanere, insomma, e chissà tu a quale di questi fai riferimento. Ma eri lì, e ciò basta a farmi pensare che, nonostante la cocente sconfitta, quella resterà forse la partita più bella della tua vita.

Ci sono molti modi di rimanere, e di andare oltre il tempo che ci si era dati.
Vero Pasquale? Una vita intera appresso al Napoli, e la fatalità di una sola serata per spegnere tutto. A Mosca era freddo, il cuore poteva pure essere preservato per una gara non fondamentale, la qualificazione era quasi in cassaforte, e a qualcuno sarebbe venuto il pensierino di restare a casa. Ma non a te, non a quelli come te, non a chi il tifo lo sa fare solo in questa maniera, oltranzista. "Ultras", non a caso, li chiamano. Io li chiamo generosi. Né buoni, né cattivi. Qualcosa di più. Qualcosa che va, appunto, oltre. E che resta.