sabato 15 marzo 2014

La sottile linea gialla



Nel tempo impiegato da Gesù per morire e risorgere, io ho visto più facce che la statua della Madonna di Loreto.
In fila, copia degli zombie ordinati di un brutto film di trent'anni fa, quei volti interpretati da un vetro sporco e appannato mi hanno sfiorato come il puzzo inconsistente ma deciso di piscio agli angoli della stazione.
Cercai furiosamente, ricordo, il mio fazzoletto giallo nella tasca del cappotto. Non era sporco e ne approfittai per portarmelo agli occhi, il buio temporaneo rimise al suo posto ogni paura.
Quando lo sollevai, erano sempre tutti lì, ed io non avevo ancora smesso di negare a me stesso l'esistenza di un problema.
Furono le scarpe bucate della signora che fece per avvicinarsi con il primo numero della giornata a regalarmi la fitta decisiva tra le costole e i reni, quasi che qualcuno mi ci avesse stretto una corda tutto attorno.
Un odore fastidioso divenne nauseabondo alla scoperta che si trattava dell'alito della mia bocca lavata frettolosamente, timida e impreparata a scambiare pensieri in forma di rabbia con un'orda di inconsapevoli poveri ormai arresi al potere dell'arrangiarsi di stato.
Prima di iniziare mi accorsi di non essere pronto, sbadigliai e cominciai a vomitare.
Prima di iniziare a consegnare pensioni dal mio sportello.


mercoledì 20 novembre 2013

Anche i termosifoni, nel loro piccolo, sbagliano


Ho visto ragazzi non aiutare signore imploranti a tirargli giù i bagagli. Ho visto campi non illimitati, case vuote e luci spente. Ho visto favori non ricambiati.

Ho visto strappare biglietti inutilizzati. Ho visto stranezze non manifeste. Ho visto crocifissi nascosti, mani in tasca e cioccolate sciolte.

Ho visto ascoltare musica a basso volume dalle cuffie. Ho visto stazioni che ho riconosciuto. Ho visto caffè freddi, tramonti di corsa e montagne basse.

Ho visto gente seduta di fronte non condividere sguardi di circostanza in momenti di imbarazzo. Ho visto maschi non spiare nelle scollature. Ho visto sorrisi spegnersi, cerchi interrompersi, e prodezze uscire fuori dalle paure.

Ho visto cappotti tenuti sulle gambe invece che essere appesi all'attaccapanni. Ho visto monnezza poggiata fuori ad un cassonetto vuoto. Ho visto solitudini non incontrarsi, carinerie sprecate e volgarità dette sottovoce. Ho visto manifestazioni di "sì".

Ho visto squillare cellulari con suonerie banali. Ho visto persone pagare l'amore invece che il sesso. Ho visto fantasticare cocenti sconfitte. Ho visto contare errori.

Ho visto un settantenne digitare sull'iPad mentre chiamava qualcuno con un iPhone per parlare di siti Internet.
E ho visto me scrivere tutto questo a penna, e pensare d'essere sul treno sbagliato.


mercoledì 9 ottobre 2013

La costruzione di un crollo




Non ti chiamerò stasera, non sciuperò il tuo nome.
Ripasserò ancora la lingua agli angoli della bocca per prendere tempo, e mi guarderò le ginocchia accavallate uno spasmo sopra l'altro, fingendo che sia il mondo a tremare e non io.
E se cadrà un bicchiere dalle mani, sarà stato un suicidio.
Non avrò modo di ascoltare il mio dolore, perché dovrò viverlo. Rimbalzerò con le lenti tra il soffitto e il battiscopa, aiutandomi con i vetri e gli stipiti delle porte, e socchiuderò le palpebre per credere in un sogno troppo brutto per non essere vero, di quelli che ti risvegli senza fiato, con un lembo di lenzuolo stretto tra le dita tirate, e l'imprecisione della notte che ti scherza con i suoi demoni nascosti sotto al letto.
Arriverà un momento in cui sarò costretto a mordermi un pugno, a cercare con i denti le nocche per sentirmi un po' della mia carne che è anche la tua.
Batterò pochi respiri ma profondi, riempiendo al massimo la cassa toracica per poi liberare lentamente l'aria dal naso, chiedendole di trascinare i suoi giorni da qualche altra parte.
Ruberò ancora minuti alla consapevolezza, e con essi tutti i secondi che potrò, con qualsiasi mezzo, con ogni ricordo, avvinghiandomi all'imprevedibile meschinità dei colpi bassi, che iniziano a fare male solo dopo che si è frantumato lo stato di immacolata incredulità.
Sarà in quell'attimo beato di distrazione fatale che mi schianterò nel tuo viso, e con la schiena dritta ed il collo fermo sul tronco scoppierò, ad occhi aperti, come un pallone rigonfio di pianto.
Ma non ti chiamerò stasera, terrò il tuo nome tra le labbra.
Per non sciuparlo.
Per gridarlo forte quando tornerai.